Robert Capa, la grande mostra del centenario

Per i cent’anni da nascita, grande retrospettiva dell’opera di Robert Capa a Villa Manin: 180 foto, un’ ampia sezione su “Capa e il cinema” e da Israele arriva “The journey” l’unico film diretto dal grande fotografo

Dal 19 ottobre 2013 al 19 gennaio 2014, Villa Manin di Passariano di Codroipo, in Friuli Venezia Giulia, ospita la grande retrospettiva dedicata a Robert Capa (1913 – 1954), il padre del fotogiornalismo moderno. L’evento è un’esclusiva europea poichè è l’unica retrospettiva organizzata in concomitanza del centenario della nascita di Capa, che cadrà il prossimo 22 ottobre. E mentre a Roma si celebra il Capa fotografo di guerra (qui tutti i dettagli della mostra), l’esposizione di Villa Manin (della quale abbiamo qui fornito anticipazioni) amplia gli orizzonti a tutte le principali esperienze che caratterizzano il lavoro del fotografo ungherese naturalizzato statunitense: gli anni parigini, le cinque guerre che documentò  (sino  al conflitto in Indocina, dove Capa morirà nel 1954 a soli 40 anni) e soprattutto una corposa sezione di fotografie dedicate al mondo del cinema. Una panoramica su capa che si completa con incontri con studiosi, fotografi e registi che presenteranno i libri e i documentari più recenti dedicati alla vita e all’opera del fotografo e da proiezioni di film. Da segnalare, tra gli altri, il 30 novembre, la conferenza di Mario Dondero “a proposito della fotografia del miliziano morente”, l’immagine più emblematica (e controversa) di Capa, emblema stesso della Guerra civile spagnola.

Robert Capa: un abitante siciliano racconta ad un ufficiale americano quale strada hanno percorso i tedeschi, vicino Troina, Siclia, 4/5 agosot 1943

Robert Capa: un abitante siciliano racconta ad un ufficiale americano quale strada hanno percorso i tedeschi, vicino Troina, Siclia, 4/5 agosot 1943

 

Ma anche per le controversie Robert Capa resta un mitico, non “un mito, ma il Mito” parola di Italo Zannier, il grande storico della fotografia (e fotografo) del quale riportiamo uno scritto.

 

Parigi, Robert Capa nell'autunno del 1935

Parigi, Robert Capa nell’autunno del 1935

<<Nella più affascinante storia della fotografia, la “Storia sociale”, di Ando Gilardi, c’è un capitolo esplosivo sulla fotografia “di guerra”, che per molti aspetti riguarda anche, e forse soprattutto, il mitico Robert Capa.

Il pericolo è il mio mestiere – La sua arma era l’obiettivo….”, recita la “figurina” da collezione del Minestrone Liebig – (finalmente un minestrone che sa di minestrone), pubblicata nel volume.

In quella piccola immagine per i bambini “collezionisti”, Robert Capa è immortalato con una fotografia, dov’è in divisa militare, stile barricadiero, però armato soltanto di gigantesco apparecchio fotografico, da lui mai usato, ma qui imponente.

Sullo sfondo un paio di militari bombaroli, coinvolti in  una scenografia di esplosioni, ecc., come si confà a qualsiasi immagine di guerra, delle quali la televisione ne propina, purtroppo, in abbondanza.

Lì, anche lì, in quella immagine popolare, si conferma e avvia il Mito dello straordinario fotografo, morto giovane nel 1954, in una tristezza che alimentò subito, anche per la coeva scomparsa del collega Werner Bischof (fu anche suo iniziale “maestro”), il desiderio del “ monumento”.

Di origine ungherese, Robert Capa era transitato dalla Germania a Parigi, con il nome di Andre Friedman, alias Robert Capa, “fotografo americano”, come venne presentato agli esterofili giornali francesi, dalla ardita compagna, e fotografa, Gerda Taro.

Un modo spavaldo, come altri, ma alla moda in quegli anni, al seguito degli esempi del Doctor Eric Salomon – padrino del fotoreportage europeo – e di altri profughi dell’Est, Eisenstein, Halsman, Goro, Kertész, divenuti fotografi per necessità, se non adirittura per caso, e infine per passione.

Furono questi intellettuali a definire – fuori dal corrivo artigianato – un saldo capitolo della storia della fotografia, inventando anche la fotografia d’azzardo, per il giornalismo fotografico nascente, quello del “Berliner Illustrierte Zeitung”, del francese “Vu” (fu il primo a pubblicare la fotografia del “Miliziano” di Capa!), e di “Life”, mentre in Italia nasceva il pioneristico ebdomadario “Omnibus” dell’illuminato Leo Longanesi, e “Tempo” di Alberto Mondadori, dove esordì, tra gli altri (chi ricorda Lamberti Sorrentino?), il nostro splendido Federico Patellani.

Ando Gilardi, come si sa, fu tra i “nemici” pacifisti dei fotografi di guerra (chi non ricorda le marce dei radicali “per la Pace”?). Fotoreporter d’assalto, che a volte, presenti nel cuore delle battaglie, incitavano senza volerlo all’uccisione, al dramma da visualizzare per il giornale, con la compiacenza del narcisista militare al suo fianco.

Ma Gilardi infine li giustificava, in quanto “vittime degli apparati dell’informazione visiva, ossia i grandi giornali a rotocalco”, così scrisse.

Oggi, la Televisione, dove il sangue si mescola ai fumi flou delle granate, al pianto dei feriti, alla fuga urlante dei sopravvissuti e cosivvia, è un usuale e quotidiano stillicidio drammatico di immagini, che però non scuotono a dovere lo spettatore assuefatto, che comunque, con un gesto sull’interruttore, spegne tutto, anche la coscienza.

Donne che piangono al funerale del partigiano ventenne che ha combattuto i tedeschi prima dell'entrata degli Alleati a Napoli, 2 ottobre 1943

Donne che piangono al funerale del partigiano ventenne che ha combattuto i tedeschi prima dell’entrata degli Alleati a Napoli, 2 ottobre 1943

Ma nelle fotografie di Capa, non c’è mai l’eccesso, il massacro per se stesso, i morti ammazzati; il sangue nel suo bianco-nero, quando c’è, è controllato dalla dolcezza dell’immagine, che tende ad essere romantica, antica ed irripetibile nella speranza esistenziale della pace.

Gerda Taro, Robert Capa, Segovia (Spagna), fine maggio/inizio giugno 1937.

Gerda Taro, Robert Capa, Segovia (Spagna), fine maggio/inizio giugno 1937.

Una delicatezza spesso oggi sconosciuta, con il risultato che tutto appare ovvio e comunque neutrale, per l’indifferente spettatore che passa ad un altro canale, o del lettore di immagini stampate, che gira pagina.

Robert Capa, comunque, rimane un mito, anzi è il Mito, un emblema della fotografia tout court, non soltanto tra i fotografi di guerra, che è il capitolo dove viene normalmente inserito, con a caposaldo la catartica immagine, Morte di un miliziano spagnolo, registrata fortunosamente durante quella vicenda bellica.

Fotografi da mitizzare, ne avremmo comunque anche in Italia, e da citare e da esaltare come sarebbe opportuno, in una serena storia della fotografia. Basti pensare al grande Mario de Biasi, che va senz’altro accostato accanto ai più celebrati ed eroici fotogiornalisti del mondo!

Robert Capa, bello più di un latin lover, vivace ed allegro nottambulo con colleghi che si chiamano Hemingway e belle donne come Ingrid; per giunta audace fino al martirio, pur di ottenere un’immagine storica ed irripetibile…

In Italia, risalendo la Penisola dalla Sicilia con le truppe Alleate, attraversando paesi e campagne sino allora quasi sconosciuti, ha avviato, senza volerlo, il cosiddetto “neorealismo” nostrano, sostando tra la gente, che finalmente emerge anche in immagine.

Fotografie di antica povertà, che Capa registra anche con ironia e romanticismo, come appare nella fotografia di una ragazza in bicicletta, che passeggia con un soldato, in un campo di prigionia presso Nicosia.

C’è il sorriso di Robert, nei ritratti agli amici e alle amiche, ripresi in fretta nelle “retrovie” di un set cinematografico; ritratti che però sembrano registrati controvoglia, durante una sosta pigra delle riprese cinematografiche. Immagini finalmente “deboli”, meno strutturate stilisticamente, e alcune sembrano scattate per inerzia, come anche noi faremmo agli amici del Bar Sport.

Robert Capa soffriva lontano dalle battaglie vere, che l’hanno sempre attratto come le api al miele, fino alla sconsolante scomparsa.

Là, dove il suo obiettivo “drammatizzante” grandangolare, ha sempre colto, preferibilmente “dal basso verso l’alto”, momenti di storia dell’umanità, che oggi affiancano e proseguono significativamente i grandi, antichi reportage di guerra, brani della fotografia storica, come quella di Feliz Beato, Roger Fenton, Mathew Brady, che dal tempo ormai antico dell’800, ci hanno condotto nell’attuale empireo virtuale dell’Iconismo, avviando una nuova Era>>. (Italo Zannier – Lignano Pineta, 25 settembre 2013)

Robert Capa, da sinistra a Destra: l'attrice americana Doris Dowling e l'italiana Silvana Mangano nel film "Riso amaro" di Giuseppe De Santis. 1950

Robert Capa, da sinistra a Destra: l’attrice americana Doris Dowling e l’italiana Silvana Mangano nel film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis. 1950

 

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