Mostre imperdibili: Londra, gli anni ’80 sono tornati al V&A Museum

Al Victoria & Albert Museum un ritorno a trent’anni fa con “Club to Catwalk: London Fashion in the 1980s”, la mostra che fino al 14 febbraio prende in esame la scena underground dei club londinesi degli anni ‘80 e l’impatto che ha avuto sulla moda a livello mondiale

E’ stato a Londra, in club come il Blitz, il Taboo e Hard Times che le varie tribù anni ’80 : goth, fetish, rave, high camp, new romantic e così via emersero, aiutate a costruirsi uno stile da nomi come Vivienne Westwood, Katharine Hamnett, Pam Hogg, Rifat Ozbek, e John Galliano. Designer che da-a questa moda “notturna” e sotterranea contemporaneamente presero spunto e offrirono spunti…

 

Tra abiti originali, disegni, immagini, la mostra è un’istantanea degli stilisti più alla moda e creativi che lavorano a Londra in quel magico quanto controverso momento. Ci sono le giacche in jeans Levi’s Bilitz, disegnate da 22 stilisti diversi, su incarico dell’omonimo magazine e messe all’asta per beneficenza proprio al V&A, nel 1986. Ci sono i disegni delle linee maschili di Jasper Conran, Paul Smith, Workers for Freedom e Willy Brown che ha vestito i Duran Duran. E poi i tessuti a stampe Liberty di Wendy Dagworthy, gli abiti luminosi di Chrissie Walsh, Georgina Godley, Bodymap e John Galliano. E gli abiti stropicciati e ovesize di Katharine Hamnett e le sue magliette decorate con slogan politici ed ecologisti  …

 

Un fermento senza pari nella Londra anni ’80 che trovava nei club un insieme convergente di musica, moda e creatività e nomi presto diventati star come Boy George, Duran Duran Spandau Ballett . Un insieme “contagioso” quanto obbligatorio, in posti come il Blitz non entravi se il tuo look non era abbastanza creativo. E c’è chi giura di aver visto Mick Jagger rimandato indietro. Al Taboo, invece, tutto era permesso, questo il motivo del nome, l’interno era un circo continuo dove la vita quotidiana diventava parodia e il fetish trovava la sua massima espressione attraverso le creazioni di Leigh Bowery (che era anche il direttore del locale), Pam Hogg e nostra signora Vivienne Westwood . Eppure quei locali non erano zone franche della realtà, l’Inghilterra thatcheriana dei primi ’80 patisce una profonda crisi economica e sociale; sono tempi duri, Hard Times, è il locale che li evoca. Qui impazzano le magliette lacere, o un nuovo stile che ricorda il rockabilly, il cuoio domina tutto ma si potevano vedere indifferentemente ragazze con stivali alla coscia o con le espadrillas … perché questo è anche il tempo del fai da te e della ri-appropriazione degli oggetti: il look club è anche questo prima di codificarsi nel successo di un certo numero di stilisti che ne reinterpretano la spontanea creatività. In questo senso la mostra dell’Albert e Victoria Museum è la giusta prosecuzione di quella sul Punk appena conclusasi al Metropolitan di New York  .

 

NUOVI TEMPI NUOVO CAMBIO D’ABITO

. La contaminazione tra musica e moda diventa acclarata quando Michiko Koshino apre il suo primo negozio a Covent Garden. Vi regna un’atmosfera dance club e non mancano nè giradischi nè dj a completare l’effetto. Nel 1987, lo stilista realizza una linea di abbigliamento maschile chiamata Motorking, che viene indossata da David Bowie e Moby. Tra le sue realizzazioni, capi in tessuto di plastica gonfiabile che offuscano la distinzione tra arte e moda. Il suo è un caso emblematico del mutare dei tempi, la creatività è diventata business, il tempo della ribellione è finito. E’ sul finire degli ’80 che il rave si afferma, la combinazione di musica da (s)ballo e droghe – l’ecstasy su tutte – crea un clima in cui le inibizioni scompaiono, e si cambia di nuovo abito. Anche a Londra impazzano i ritmi delle discoteche di Ibiza, le forme sciolte dei primi anni 1980 scompaiono in questo nuovo tipo di club dove si prediligono i colori effetto fluo e i toni metallici come quelli della giacche di pelle argentata della Westwood. E l’atmosfera “friendly” e divertente di locali come lo Shoom comincia a riflettersi in stili molto più casual. Il vestito iper-creativo che qualche anno prima si portava in luoghi come il Taboo, viene sostituito da “poncho, salopette, e t-shirt con il giallo motivo dello Smiley “ come scriveva nell’88 quella bibbia della moda che fu The Face, la rivista che combinando l’immediatezza del fashion da strada, con i valori della produzione di fascia alta rappresentata da magazine come Vogue e Tatler finì per essere il vero manuale d’uso per quegli anni decisamente fuori dall’ordinario. (www.vam.ac.uk ) (a.d)

 

 

 

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