Recensione di “To the wonder” di Terrence Malick

Un viaggio “fino alla Meraviglia” che lascia intravvedere un pessimismo di fondo per un umanità alla deriva

In quarant’anni Terrence Malick ha diretto solamente sei film, noto è l’impressionante intervallo, 20 anni, che passò tra il suo secondo e il terzo lungometraggio.

Non può quindi che sconcertare la notizia dell’uscita di un nuovo lavoro del regista americano a meno di due anni dall’ultimo. In aggiunta si vocifera di ben altri tre prossimi progetti; Voyage of Time, un documentario sull’origine dell’universo con Brad Pitt e Emma Thompson come voci narranti, Knight of Cups, con Chirstian Bale e Natalie Portman, e un terzo film tutt’ora senza titolo, che vedrà però la partecipazione di Ryan Gosling, Michael Fassbender, la Portman e altre star. Nel 2011 The Tree of life fu presentato a Cannes e, nonostante i fischi , riuscì nell’impresa di portare a casa la Palma d’oro, tuttavia alla notte degli Oscar fu completamente ignorato.

Un anno dopo al Festival di Venezia, Malick inaspettatamente presentò To the Wonder; la reazione fu la stessa della Croisette, forse più feroce, questa volta però non ci fu una giuria coraggiosa, capace di premiare il nuovo, preferendo incoronare un Ki-Duk, sicuramente non al meglio delle sue capacità. Nella 69esima mostra del cinema di Venezia ci fu un’altra pellicola, che ricevette la stessa accoglienza e che, per certi versi, è molto vicina al succitato To the Wonder; parliamo di Spring Breakers di Harmony Korine.

A prima vista potrebbe sembrare che i due film non abbiano niente in comune, basta ascoltare le due colonne sonore, da una parte abbiamo Johann Sebastian Bach e dall’altra c’è Skrillex. Anche dal punto di vista delle immagini hanno poco a che spartire, Korine riempie le scene di persone, di eccessi e chiasso, mentre Malick utilizza pochi attori e predilige il silenzio, lasciando che sia la bellezza del suo cinema a parlare. Tuttavia entrambi operano uno stravolgimento della forma cinematografica classica, andando a definire il cinema come arte pura, senza contaminazioni di altri linguaggi esterni. Voce off, assenza di una sceneggiatura solida, anti-narratività, dialogo continuo tra immagini e musiche; questi sono i primi riconoscibilissimi sintomi di un cinema che sta mutando e si sta evolvendo.

Questo per inquadrare To the Wonder nell’attualità, ma il percorso di Malick è talmente personale che per contestualizzare meglio un suo lavoro, non si può fare altro che ricorrere alla sua esigua filmografia.

È stato spesso fatto notare come The Tree of life sia strettamente connesso con il precedente The New World, affermazione parzialmente corretta, poichè il principale riferimento è il film stesso.

The Tree of life, opera mundi, è totalmente autosufficiente, ogni scena rispecchia altre sequenze al suo interno, il macrocosmo dell’universo è specchio del microcosmo della famiglia. Il tutto (inteso l’intero film) dialoga con le (proprie) parti. To the Wonder invece è parte che si riallaccia al tutto, cioè all’intero corpus dell’opera malickiana, a cominciare ovviamente dal suo predecessore. La lente di ingrandimento si sposta quindi dalle vicende di una famiglia degli anni ’50 a quelle di una coppia in crisi, ambientate ai giorni nostri.

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“To the wonder” di Terrence Malick

La storia verte sui problemi di Marina (Olga Kurylenko) e Neil (Ben Affleck), perdutamente innamorati a Parigi, al rientro in America la fiamma dell’amore si affievolisce piano piano, finché Marina è costretta a tornare in Francia, una volta scaduto il visto. In questo periodo Neil intreccia una relazione con un’amica d’infanzia (Rachel McAdams), ma, dopo un primo idillio, anche loro finisco per lasciarsi. L’uomo non è più capace di instaurare un rapporto duraturo con il prossimo. Malick erige un monumento all’icomunicabilità umana, esemplicaficato dall’utilizzo di quattro lingue diverse per i monologhi interiori dei vari personaggi. In The Tree of life si diceva che per affrontare la vita c’erano due vie, la grazia e la natura, queste due strade, identificate dai genitori di Jack, erano in lotta dentro il ragazzino, finchè le due metà scisse verranno riunite, una volta divenuto adulto. To the Wonder si muove sulle stesse coordinate; la via della grazia è rappresentata da Padre Quintana (Javier Bardem) in lotta con se stesso per non perdere la fede, a ciò si lega a filo doppio la storia d’amore.

L’uomo è in cerca di risposte, che la Chiesa, come istituzione formale, non è in grado di dare, il prete in crisi è sinonimo di questo squilibrio. Marina s’interroga su cos’è quest’Amore che ci ama, avverte il sentimento ma non lo comprende e senza questa fondamentale cognizione è impossibile amare. È l’amore per il tutto, la vita, che ci permette in seguito di amare le singole parti, il nostro prossimo. Solitamente per Malick la natura è l’ultima e più preziosa fonte consolatoria per l’individuo, ma il sostrato filosofico di quest’ultimo film è fondamentalmente pessimista, per questo motivo la terra si mostra come inospitale. La sterilità spirituale ed emotiva dell’uomo si riflette anche sul paesaggio naturale, come un morbo che corrode tutto ciò che tocca.

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“To the wonder” di Terrence Malick

Olga Kurylenko ha dichiarato, in merito a lavorare con il regista texano, che egli osserva gli attori muoversi nello spazio concepito del suo sguardo, cogliendogli mentre vivono, si agitano, litigano, soffrono e amano. La leggiadria della macchina da presa, usata come fosse un pennello, fa sì che le immagini diventino un tramite per l’infinto, nel tentativo di cogliere la scintilla della vita dai gesti di Marina. Attraverso tale perfezione estetica sperimentiamo l’assoluto, una forma di bellezza a cui bisogna abbandonarsi totalmente per assaporarla, che si nasconde nelle pieghe del vestito rosso di Marina, mentre volteggia in un campo di grano al tramonto. Al suo sesto lavoro Terrence Malick conferma la sua visione di cinema come organismo vivente, se The Tree of life si configura come la genesi (in tutti i sensi), To the Wonder potrebbe essere avvicinato ad un embrione, una forma sicuramente più umana, ma ancora in potenza. In quest’ottica la definizione “opera minore” è adeguata solo in relazione ad un discorso più ampio, che non potendo esaurirsi, si rigenera costantemente, questa volta raccontandone il lato umano, quello più vicino a noi, ma riuscendo sempre a portarci alla Meraviglia. (f.p.)

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