L’intervista: Carlo Scognamiglio, un filosofo tra Storia e Libertà

Persona delicata e riservata, Carlo Scognamiglio ci ha regalato un’occasione unica per riflettere su questioni fondamentali come solo la filosofia insegna a fare

Carlo Scognamiglio è un filosofo e ricercatore italiano, una perla rara nel nostro desolante panorama culturale, un astro nascente del pensiero contemporaneo.

L’abbiamo incontrato  in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Storia e Libertà. Quattro passi con Hegel e Tolstoj” (Pensa MultiMedia). Carlo Scognamiglio esordisce con studi dedicati all’ Estetica di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, è stato ricercatore presso il CNR  e si è occupato di Filosofia morale con una tesi sull’ontologia della persona di Nicolai Hartmann. Ha insegnato Ermeneutica della storia presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed è attualmente docente di Filosofia . È fondatore e membro del consiglio direttivo della “Nicolai Hartmann Society”, pubblica sulle maggiori riviste filosofiche nazionali e internazionali  ed ha curato (con R. Poli e F. Tremblay) il volume “The Philosophy of Nicolai Hartmann” (De Gruyter, 2011). Per Pensa MultiMedia ha pubblicato “Ontologia e organizzazione della conoscenza” (con C. Gnoli) e nel 2010 “La persona. Etica e ontologia in Nicolai Hartmann”. È curatore del blog filosofico esc@rgot, dove raccoglie buona parte delle sue note di lettura, osservazioni didattiche e incursioni filosofiche.

 

Se dovessi spiegare in una frase il cuore pulsante delle riflessioni contenute nel tuo ultimo libro Storia e Libertà. Quattro passi con Hegel e Tolstoj ?

 

Non sono sicuro di riuscire a svolgere in modo efficace una tale sintesi. A tutta prima, direi che il problema più vistoso che provo a porre in grembo al lettore, è quello della natura stessa della storia, nel suo duplice significato di ciò che è vissuto e ciò che è narrato, ponendo dunque la questione del senso stesso della storia. In compagnia d’interlocutori illustri come Hegel, Croce e Hartmann, incontro sul cammino dell’analisi un compagno di viaggio tanto desiderabile quanto importuno, per la nuova difficoltà che lascia emergere. Mi riferisco a Tolstoj, e alla sua messa in questione del libero arbitrio in rapporto al pensiero storico. Tale incontro produrrà l’inevitabile rifluire del ragionamento storiografico in quello morale. Da questo punto di vista, posso indicare come emblematica del passaggio logico la citazione tolstojana che ho posto in quarta di copertina: “La presenza della questione, anche se non espressa, del libero arbitrio dell’uomo si fa sentire a ogni passo della storia

 

Il primo capitolo del tuo libro si svolge intorno all’interrogativo “cos’è e la storia”, dunque : “Cos’è la storia?”

 

Non lo so. La natura della storia è del tutto enigmatica. Molti elementi concorrono a determinare questa difficoltà. Quando pensiamo la storia, o semplicemente “una” storia, non possiamo che svolgerla in una narrazione. Essa si dà sempre nell’elemento del raccontare, anche se non è detta, anche se è solo pensata. La storia si svolge. Tuttavia, è un pensiero che presume di riferirsi sempre a un fatto che precede il raccontare stesso. Cioè a qualcosa che non è narrato, ma che – tuttavia – si manifesta soltanto in un dire. Ma è possibile scindere il fatto dal suo stesso essere narrato o pensato? E poi, cos’è un fatto? Come lo si distingue dal resto del reale, se non per via di un’astrazione, che in quanto attribuzione di significato è già – essa stessa – una narrazione? Hegel è in questo orizzonte un riferimento fondamentale. Dal suo punto di vista i due momenti, quello delle res gestae e della historia rerum gestarum, si sovrappongono. Tuttavia, anche qui, il ragionamento non è del tutto pacifico. Abbiamo un residuo concettuale che, come cerco di mostrare nel libro, rende aporetica la questione.

 

Perché ripensare la storia nel suo rapporto con la libertà?

 

Perché è inevitabile. La storia non è pensabile come affastellamento di eventi casuali (tra l’altro, la stessa nozione di evento è problematica). Ma ogniqualvolta si pensa la storia, o la si studia, non è possibile esimersi dal tracciarne una direzione, un senso, un significato. Questo non vuol dire assumere una posizione provvidenzialista o teleologica, ma sta di fatto che la storia la si può pensare soltanto entro un orizzonte di senso. E questo orizzonte deve pur avere una sua razionalità. Autori come Hegel e Tolstoj hanno visto con grande lucidità, ma pure con tormento, come la comprensione della storia tenda a stridere inevitabilmente con l’ammissibilità in essa della libertà individuale. Non mi riferisco infatti alla libertà dello spirito nel senso dell’Assoluto, ma proprio al libero arbitrio, alla progettualità personale, alla responsabilità morale. Bene: lo studio razionale della storia, individuando catene verticali e orizzontali di “condizioni”, sottrae spazio alla libertà del singolo. Si tratta di un problema molto datato, ma tuttora assai intricato.

 

Perché ti ha affascinato “Guerra e Pace” di Tolstoj ?

 

“Guerra e Pace” è un’opera impossibile. L’autore avrebbe voluto rappresentare con essa proprio l’inafferrabilità del “motore” storico. Restio al biografismo e alle spiegazioni semplicistiche, Tolstoj ha cercato di restituire, in questa straordinaria vicenda collettiva, l’inutilità della strategia, l’imponderabilità dei rapporti di potere, e quello che lui definiva l’ infinitesimale della storia, cioè la compartecipazione di ciascuna singola anima al processo complessivo degli accadimenti. Il personaggio più emblematico di questa prospettiva è forse il generale russo Kutuzov, la cui principale virtù è la consapevolezza di inutilità di qualsivoglia iniziativa, la contemplazione dell’inarrestabile forza degli eventi. Tuttavia, tale drammatica ammissione d’impotenza è sorprendentemente messa in crisi nel grande epilogo che segue il romanzo. Tolstoj sembra proporre un salto concettuale molto forte, con accenti che a me ricordano autori a cui pure sono molto legato, come Nicolai Hartmann e Guido Calogero: finché siamo dentro il pensiero storico, non riusciamo rigorosamente a pensare il libero arbitrio. Ma se non ci ponessimo come responsabili del nostro agire, non riusciremmo a prendere sul serio le nostre vite. Ecco allora che la coscienza della libertà esige uno scarto, un salto, che sfugge alla teoria, e chiama in causa la volontà. La libertà, scriveva Hartmann, dev’essere voluta.

 

Se dovessi spiegare ad un bambino cos’è la Filosofia Morale?

 

Benedetto Croce riteneva che le varie definizioni della filosofia servissero prevalentemente a giustificare il numero delle cattedre universitarie. La filosofia è la filosofia, ed è sempre pensiero morale. Ecco perché io unisco il mio lavoro sull’ontologia a quello sui valori o sull’etica. I temi legati dell’azione morale non possono essere compressi in uno dei possibili oggetti della riflessione filosofica. Penso invece che, al contrario, la scelta di fare filosofia sia in sé un’azione morale. Una scelta di dialogo, di critica, di ricerca. Chi si dedica alla filosofia rinuncia all’egoismo e all’isolamento, avviandosi presso una dimensione relazionale del sapere. Rifiuta il dogmatismo. In questo senso, mi pare che tutta la filosofia debba definirsi Filosofia Morale. Se dovessi spiegarlo a un bambino, gli direi forse che il porre quella domanda contiene in sé la risposta.

 

In che modo le riflessioni presenti nel tuo libro possono essere utili per comprendere la storia attuale?

 

Questa è una domanda molto impegnativa. Anche la riflessione filosofica, come quella storiografica, nasce sempre da un interesse attuale, quindi devo presumere che se ho avvertito il bisogno, che tuttora percepisco, di rispondere a domande come quelle che mi pongo nel libro, il quadro esistenziale e spirituale in cui mi trovo collocato deve aver aperto in me qualche perplessità sul concetto di responsabilità morale. Non mi piace indulgere, come fanno alcune filosofe italiane in particolare, sul decadimento etico, su una “questione morale” aperta nel nostro paese, né sul clima da basso impero che ci circonda. La mia sensazione è che come accade in molti settori della vita pubblica, il circuito intellettuale italiano si sia impoverito tanto nei mezzi, quanto nei fini.

 

Cioè?

 

C’è una generazione di docenti, autori, artisti, giornalisti, che ha completamente dismesso, se non addirittura dileggiato, la funzione intellettuale di coscienza critica della società. A volte alcuni libri dedicati al desolante quadro antropologico in cui ci stiamo muovendo mi paiono più associabili alla dinamica dell’instant book che a una ponderata analisi filosofica. Alcune grandi domande, mi pare, non vengono mai poste. Per pigrizia o per opportunismo, la filosofia preferisce occuparsi delle “piccole cose”, della “lussuria”, dei “vizi capitali” o delle “ciabatte”. Mi pare che la storia contemporanea, per quel che posso capire, abbia più che altro una difficoltà autocoscienziale. Thomas Mann scriveva che se Tolstoj fosse stato ancora vivo probabilmente la Prima Guerra Mondiale non avrebbe mai avuto inizio. Forse eccedeva, però quel considerare un grande scrittore e pensatore come Tolstoj una coscienza morale tale da inibire la Grande Guerra, mi pare offra una suggestione adeguata – se osservata per contrasto -  nell’analisi di quella che è la condizione odierna dell’intellettuale.

(Virginia Zullo)

 

 

 

 

 

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