Massimo Bray: il cinema, nostra memoria condivisa

Quello che segue è uno stralcio del discorso che il ministro della Cultura, Massimo Bray, ha tenuto venerdì 14 giugno 2013, in occasione del tradizionale incontro tra il presidente della Repubblica e i registi, gli attori, i produttori, le maestranze candidati ai David di Donatello

Una riflessione su quello che è stato il ruolo del cinema nel nostro Paese: creatività, professionalità, cultura e soprattutto memoria, il racconto del secolo andato via con le sue luci e le sue ombre che rivive in milioni e milioni di chilometri di pellicola ogni volta che dedichiamo i nostri sguardi a un piccolo-grande schermo. Ed è proprio questo sguardo retrospettivo che non bisogna perdere di vista se vogliamo ricominciare dalla Cultura…

 

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Massimo Bray

Se è vero che ogni epoca storica identifica in una particolare forma artistica ed espressiva la sua grande narrazione, quella del Novecento – dopo il secolo dei grandi romanzi – è stata certamente rappresentata dal cinema: il medium che più di ogni altro ha saputo raccontare il tempo presente, elaborare una riflessione critica su di esso, raccogliere un patrimonio di esperienze e memorie condivise, farsi espressione delle identità culturali delle varie nazioni. “Il cinema è la nuova letteratura”, sembra amasse ripetere Cecil Blount De Mille; un carattere di “esperienza filosofica”, oltre che di “ricerca linguistica”, attribuiva al cinema uno dei suoi maggiori interpreti, Pier Paolo Pasolini.

LA MEMORIA

Ma l’aspetto su cui vorrei soffermarmi ora è quello della memoria, vale a dire del ruolo delle grandi opere cinematografiche nella creazione della memoria collettiva, e del loro divenire così a tutti gli effetti parte del patrimonio culturale di un popolo e di una nazione. “La televisione crea l’oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi”, diceva Godard. E questo è particolarmente vero nel caso del cinema italiano, che – soprattutto in alcuni periodi della sua storia – non ha soltanto rappresentato un’eccellenza italiana nel mondo, una forma d’arte nell’ambito della quale si guardava all’Italia come a uno dei massimi punti di riferimento per la qualità, l’originalità formale, l’altezza d’ispirazione delle pellicole che nel nostro Paese venivano prodotte e girate; ma ha rappresentato anche una forma alta e profonda di racconto della nostra storia.

Non a caso quando, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, l’Istituto della Enciclopedia Italiana ha voluto pubblicare, tra le altre iniziative, un ampio volume fotografico intitolato L’Italia e la sua storia, teso a raccogliere, sulla traccia delle mostre realizzate nel corso del 2011, una serie di immagini che rappresentassero una sintesi dei momenti più importanti della storia del nostro Paese, si è pensato di dedicare un intero capitolo all’Italia narrata dal cinema: al racconto della nostra storia, e all’elaborazione di una memoria condivisa, attraverso le opere, tra gli altri, di Mario Monicelli, Roberto Rossellini, Dino Risi, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Elio Petri, fino a Lamerica di Gianni Amelio, che nel 1994 si è assunto il compito di mostrare agli Italiani il mondo in gran parte sconosciuto dall’altra parte dell’Adriatico, negli anni delle prime immigrazioni extracomunitarie di massa.

IL LAVORO DEL CINEMA

Arte, racconto, memoria condivisa, riflessione sul presente: accanto a tutto questo, e in misura non necessariamente meno importante, il cinema è arte raffinatissima, artigianato, lavoro; queste sono quelle ‘professioni del cinema’ che hanno rappresentato a loro volta un’eccellenza del made in Italy inteso come artigianato alto, come passione per quel lavoro insieme tecnico e artistico, manuale e intellettuale, grazie al quale possiamo continuare a sentirci e dirci orgogliosi del nostro Paese.

Me ne sono reso conto personalmente quando ho visitato il set dell’ultimo film di Ferzan Özpetek, uno dei maggiori autori, oggi, del nostro cinema. In quella occasione ho potuto osservare come l’arte cinematografica si sostanzi nella concretezza di gesti tecnici, in una sapienza che è prosecuzione, sotto tanti aspetti, della grande tradizione dell’artigianato italiano, la stessa che è all’origine della nostra eccellenza nell’architettura, nella fotografia nel design e nella manifattura industriale di più alto livello, la stessa che si riflette nelle candidature ai Premi David di Donatello 2013 che venerdì, al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, abbiamo celebrato insieme con l’Accademia del Cinema Italiano.

IL CINEMA COME CONDIVISIONE

Vorrei dedicare infine alcune parole a un altro aspetto di ciò che l’esperienza cinematografica ha significato come momento di condivisione: la vertiginosa evoluzione delle tecnologie consente oggi di poter ricreare all’interno delle abitazioni private un’esperienza di visione tecnicamente eccellente, impensabile ancora pochi anni fa, e insieme, per così dire, più flessibile e personalizzabile rispetto a uno spettacolo pubblico. Il rischio tuttavia è quello di ridurre la visione a un’esperienza esclusivamente privata, facendo venir meno i canali, diretti o indiretti, di comunicazione e condivisione con gli altri spettatori. Non si tratta ora di rimpiangere i vecchi cineforum, con quel dibattito a seguire che tante ironie continua a suscitare ma che rappresentava un momento non soltanto di riflessione ed elaborazione critica, ma anche di uscita dal proprio orizzonte personale e di incontro con lo sguardo dell’altro.

Si tratta però di rendersi conto del fatto che la crisi dei teatri cinematografici non è un problema esclusivamente economico, dalle ovvie e gravi ricadute sul versante produttivo, ma è anche il segnale, uno dei tanti segnali, del rischio che vada perso, anche nell’ambito culturale o semplicemente ricreativo, quel sentirsi comunità, quel senso di un’appartenenza comune che proprio la “domenica dopopranzo al cinematografo” Umberto Saba diceva di provare con particolare intensità nei celebri versi del Canto dell’amore: “Amo la folla qui domenicale, / che in se stessa rigurgita, e se appena / trova un posto, ammirata sta a godersi / un poco d’ottimismo americano. // Sento per lei di non vivere invano, / di amare ancora gli uomini e la vita”.

IL CINEMA MADE IN ITALY

Credere nel cinema italiano vuol dire credere nella peculiarità della nostra cultura: pur nella diversità dei differenti approcci al linguaggio e alle forme filmiche e, nelle differenze dei risultati artistici, il cinema italiano si è sempre ispirato ad una libertà formale e ad una grande creatività. E se la situazione economica e commerciale ha rischiato troppe volte di metterlo in ginocchio, il cinema italiano ha saputo reagire mantenendo un proprio modello cinematografico che si è dimostrato, in questi anni, molte volte vincente e capace di sottolineare il valore della nostra memoria collettiva. Ora dobbiamo creare tutte le condizioni per fare sistema e rilanciare il cinema italiano.

Anche da questo, credo, occorre ripartire: dal recupero della dimensione comunitaria che è stata per secoli e può ancora essere propria delle esperienze culturali e dello spettacolo. Anche questa è una strada, non meno importante di altre, che si deve percorrere se si vuole ripartire dalla Cultura per ricostruire il nostro Paese e dare speranza alle nuove generazioni. (Massimo Bray)

 

Il Presidente Napolitano con Bernardo bertolucci, in occasione della presentazione dei David di Donatello 2013

Il Presidente Napolitano con Bernardo Bertolucci, in occasione della presentazione dei David di Donatello 2013

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