Gianni Berengo Gardin: “storie di un fotografo”, Storia d’Italia. La mostra a Milano

Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo. Dal 14 giugno all’8 settembre 2013 a Milano, Palazzo Reale. La più grande retrospettiva del maestro, è curata da Denis Curti

Gianni Berengo Gardin (1930) ha raccontato Milano e l’Italia, i milanesi e gli italiani con lo sguardo attento dello storico, con l’animo gentile di un poeta, con la coscienza civile del documentarista, con l’impegno del narratore. Milano rende omaggio a questo suo ennesimo figlio adottivo (che proprio quest’anno ha ricevuto l’Ambrogino d’oro)  con una mostra dalle molteplici letture. E’ un viaggio in Italia attraverso lo sguardo di uno dei suoi più importanti fotografi; un viaggio nel tempo, per capire come siamo cambiati da quando – negli anni ’50 – il giovane ligure si mise al collo la macchina fotografica iniziando a collaborare con le riviste più prestigiose; e infine, è un viaggio emotivo, un percorso in 180 scatti fatto di piccoli gesti e sfumature, di attimi preziosi e irripetibili, talvolta minimi, che lo sguardo del fotografo ha reso universali. Lui che dice “il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per un artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile”. E sarà pure un artista riluttante ma è artista fino in fondo, e grande, questo uomo capace di rendere con uno scatto dignità al quotidiano e alla vita di ciascuno.

 

Scrive il curatore della mostra Denis Curti nel saggio di catalogo: “Con occhio sempre vigile, attento a cogliere le svolte della storia, così come i passaggi minimi, più discreti del reale, Berengo Gardin ha narrato – e continua a farlo, basti pensare al suo lavoro su L’Aquila, prima e dopo la devastazione inflitta dal terremoto – avvenimenti che hanno marcato in profondità la storia del nostro paese, sotto molteplici punti di vista. Le sue immagini sono uno spaccato della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte tragiche. Ma in ogni situazione, non importa dove o impegnato in che cosa, Berengo Gardin cerca – e trova – l’uomo. Per quanto i suoi soggetti possano essere marginalizzati, isolati, dimenticati, occupati, arrabbiati, abbattuti, distanti o inconsapevoli, il fotografo non reagisce mai con sguardo accusatore, indagatore o paternalistico. Tuttavia, sceglie – e dichiara – sempre una parte, prende posizione, si schiera a sostegno di un ideale, che pone al centro l’essere umano con la sua dignità, al di là delle contingenze. Caratterizzato da una vena narrativa che mescola accenni lirici dolci e drammatici, il linguaggio di Berengo Gardin è accostabile alla tradizione e ai modi della fotografia umanista di stampo francese: il fotografo, nel raccontare il suo simile, assolve a un tempo una funzione che è assieme una dichiarazione etica d’impegno civile e una informata mediazione in chiave formalistica, a volte dal carattere più artistico, altre più immediato. In generale, a coronamento di tutto, la convinzione dell’importanza di essere testimoni e cantori della storia e la persuasione nel potere che le immagini hanno nel suscitare emozioni e, possibilmente, una reazione. Soprattutto, l’idea della necessità di dichiarare apertamente il proprio punto di vista, come presa di coscienza di sé e di ciò che si ha di fronte”.

 

La mostra si apre con “Gente di Milano” oltre 40 scatti che immortalano la vita degli ultimi 50 anni della città; quindi approfondisce con nuove fotografie la famosa serie “Morire di classe”, realizzata su commissione del professor Franco Basaglia, che indagava sulla drammatica situazione dei manicomi in Italia e per cui Berengo Gardin ha realizzato una storica inchiesta; ci sono poi una sala interamente dedicata a Venezia, una sezione che getta sguardi dentro le case e sui baci rubati per strada o in stazione, un’altra ancora che racconta il lavoro, da Parigi a Monfalcone e da Vercelli a Osaka. Una selezione di foto, intitolata “Comunità Romanì in Italia”, narra la vita all’interno dei campi nomadi, e un’ultima indaga alcuni dei molti modi in cui fede e religiosità si fanno immagine. Il tutto in bianco e nero, visto con uno sguardo asciutto e diretto e catturato grazie alle lenti delle sue tante macchine Leica, molte delle quali in mostra. www.comune.milano.it/palazzoreale

(a.d)

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