Jackson Pollock, al via il primo progetto internazionale di studio sulla sua opera

Comincia un progetto di studio delle undici opere di Jackson Pollock oggi conservate alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. I capolavori del padre dell’action painting saranno oggetto di approfondite indagini scientifiche per approfondire la tecnica pittorica e conoscere lo stato di conservazione

Peggy Guggenheim ha sempre considerato il sostegno dato a Jackson Pollock il traguardo più importante mai raggiunto durante la sua carriera di gallerista e collezionista. Fu lei a commissionargli numerosi dipinti, a organizzargli personali, a vendere e donare molte sue opere a musei e collezionisti internazionali, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e il Museo d’Arte di Tel Aviv. Nel 1950 è sempre Peggy a organizzare la sua prima mostra in Europa nell’Ala Napoleonica del Museo Correr, in Piazza San Marco a Venezia. Per queste ragioni, le opere che Peggy ha scelto di tenere per sé e per la propria collezione personale, hanno un valore aggiunto.

Per l’avvio del progetto un team internazionale di esperti è presente in questi giorni nel museo veneziano. Oltre allo staff della Collezione Peggy Guggenheim, partecipano curatori, conservatori e scienziati del Getty Conservation Institute di Los Angeles, del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, del Seattle Art Museum, dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Molecolari e dell’Istituto Nazionale di Ottica del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del Centro SMAArt di Perugia. Il progetto di ricerca è coordinato da Luciano Pensabene Buemi, conservatore della Collezione Peggy Guggenheim e da Carol Stringari, conservatore capo del Guggenheim Museum di New York.

In questa prima fase di indagine saranno condotte misure non invasive su tutte le undici opere della collezione grazie al lavoro dei tecnici del laboratorio mobile MOLAB (CNR-ISTM, SMAArt, INO – CNR) e del Laboratorio di Diagnostica di Spoleto. “Il MOLAB impiegherà strumentazioni allo stato dell’arte“ spiega Costanza Miliani coordinatrice del MOLAB ”per l’analisi elementare (fluorescenza a raggi X) e molecolare (spettroscopia Raman, FTIR, fluorescenza UV-vis), puntuale e di imaging, di pigmenti e leganti, riflettografia multispettrale VIS-NIR con lo scopo di caratterizzare la tecnica pittorica dell’artista e lo stato di conservazione delle opere”.

 

Pollock aveva sistemi di lavoro ben poco convenzionali. Fa parte dell’immaginario a lui legato l’immagine dell’artista che nel suo studio di Long Island poggia sul pavimento una grande tela (non preparata) e vi versa sopra vernici industriali, a schizzi e a gocce (il famoso “dripping” ), in una sorta di performance eseguita senza pubblico. Il risultato sono opere complesse, composizioni altamente strutturate con più strati di vernice. In alcune zone la vernice forma uno strato sottile che sembra macchiare appena la tela, in altre è più densa, con colori miscelati e colati e punti dove la vernice è talmente spessa che nell’asciugare ha formato delle grinze.  Prorpio per questo il lavoro di conservazione di queste opere (che col tempo tendono ovviamente a sporcarsi e a ingiallire) si presenta complesso. Seguiremo gli sviluppi. (a.d)

Foto di testa: Jackson Pollock, Alchimia (Alchemy), 1947. Collezione Peggy Guggenheim

 

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