Jonathan Monk, la personale alla Lisson Milano

Jonathan Monk – Senza Titolo. Lisson Gallery, Milano 23 maggio – 19 luglio 2013

“…l’idea di originale e la copia di un originale sono due cose molto diverse” ama dire Jonathan Monk, l’artista britannico (classe 1969) che vive a Berlino crea spesso opere a partire da altre opere, attraverso un processo di appropriazione, adattamento, rilavorazione e rivisitazione. In quel suo concettualismo che Ken Johnson sul ​​New York Times ha definito “dolce, ironico e poetico” e che spesso abbraccia la levità pop, Monk ci pone davanti al dilemma più stringente del contemporaneo: come fare arte di fronte alla storia dell’arte, come essere originali quando sembra che tutte le domande siano già state fatte. La chiave del nuovo Monk l’ha trovata nell’esaminare, nel modificare e nel ripresentare, perché il nuovo oggetto, al di là della sua forma, contiene sempre un’idea nuova e del tutto originale.

Come quei cinque busti autoritratto in stile greco-romano che l’artistapresenta alla Lisson di Milano. Monk ha accuratamente fuso e modellato la forma della propria testa in jesmonite, l’ha levigata sino a farla sembrare marmo. Cinque busti identici, chiamati tutti Senza Titolo. Hanno capigliatura stilizzata e lo sguardo imperioso tipici del ritratto scultoreo idealizzato dell’antica Roma. Ogni busto è collocato su un alto basamento, e rivolge lo sguardo verso il visitatore, guardando in basso. La figura dell’artista appare quindi esaltata, pur non costituendo questo un mero esercizio di egoismo. Per completare le opere, infatti, Jonathan Monk ha invitato diversi artisti del movimento dell’Arte Povera a intervenire sui busti, rompendone i nasi. Jannis Kounellis, Pier Paolo Calzolari, Emilio Prini e Gilberto Zorio hanno accettato di sfigurare ognuno un busto, assestando al ritratto di Monk un bel colpo di martello appositamente scelto, spaccandone il naso. Zorio ha persino aggiunto al naso rotto un piccolo grumo di argilla gialla. “È in questo momento di distruzione che l’opera viene a esistere: una metamorfosi che elimina la figura individuale dell’artista e fa da eco all’ambiguità del non-titolo di ciascuna opera”.

Covered Motorbike 2013, è invece la più grande scultura in bronzo mai realizzata da Jonathan Monk. Le normali associazioni con la velocità o con la “strada aperta” vengono qui deluse e Monk rappresenta invece un oggetto ingombrante, pesante, inerte. La moto è svanita, nascosta sotto una tela cerata. Il soggetto dell’opera resta un segreto. Immagine innocua e onnipresente, specialmente nella città di Milano, la moto coperta è stata glorificata e monumentalizzata. Fusa in bronzo, l’opera non lascia dubbio alcuno circa i riferimenti alla grande arte classica e ai nudi adagiati, ad esempio, di Henry Moore.

 

The Void 2013 completa la mostra. E’ una lastra di marmo che raffigura la parte posteriore del noto furgoncino a tre ruote Ape Piaggio e che è legata ad una storia tutta milanese. Un giorno, mentre Jonathan Monk si trovava alla Lisson, ha sentito due tecnici discutere tra loro sulla possibilità di sistemare The Void sul retro di un furgoncino. Furgoncino che lui ha subito immaginato essere un Ape, un veicolo che è grande ma piccolo allo stesso tempo e che ha un ampio spazio per un vuoto. Ingrandito e realizzato in marmo, The Void è l’omaggio di Monk a questo semplice mezzo di trasporto.

 

(g.m)

 

 

 

 

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