Iperrealismo, arte oltre i confini del vero

Iperrealismo 1967 – 2012, fino al 9 giugno al museo Thyssen‐Bornemisza di Madrid un viaggio nel movimento artistico più popolare del XX secolo

Si potrebbe dire che l’Iperrealismo abbia goduto di ineguagliabile popolarità, e goda oggi di un grande ritorno  perché a prima vista non solleva dubbi e interrogativi: una casa è una casa, un’automobile solo un’automobile. Il resto lo fanno una perizia tecnica straordinaria e tanta suggestione, atmosfera, e quel senso di solitudine profonda (assenza) degli oggetti lasciati a decantare nel loro ambiente. Nature morte del XX secolo, spazi metafisici per paradosso, tanto sono dentro la realtà. E il più reale del reale finisce per dare vita a un nuovo mondo, un mondo altro quasi senza emozioni. E allora lo sguardo va oltre e comincia a interrogarsi…

Tutto nasce alla fine del 1960, quando negli Stati Uniti emerge un gruppo di artisti che dipingono frammenti e oggetti di vita quotidiana utilizzando come base la fotografia; sono artisti contro perché invece di abbracciare le correnti più in voga come l’espressionismo astratto o l’arte concettuale corrono in direzione opposta, verso un’immersione estrema nella realtà; ne sortisce un vero e proprio movimento che a Documenta di Kassel nel 1972 ha la sua consacrazione. L’Iperrealismo non è un movimento chiuso, oggi, più di quarant’anni dopo la sua comparsa, molti dei “pionieri” sono ancora attivi e nuovi artisti utilizzano tecniche foto-realistiche nelle loro creazioni. Gli strumenti e i motivi si sono evoluti, ma, con la loro definizione e nitidezza incredibili, le opere ultra-realistiche continuano ad affascinare il pubblico. Ed è questo percorso che la mostra itinerante partita dalla Kunsthalle Tübingen (Germania) e oggi al Thyssen‐Bornemisza analizza, prendendo spunto dagli americani di prima generazione come Richard Estes, John Baeder, Tom Blackwell, Don Eddy, Ralph Goings, Chuck Close.

Scorci urbani, finestre, fast food, modellini di automobili, moto luccicanti, flipper, giocattoli di latta, bottiglie di ketchup, barche, … frammenti di vita quotidiana, scene banali trasformate in beni di consumo artistico. I pittori foto-realistici sono presi completamente dal mondo che li circonda, dalla miriade di motivi insignificanti della quotidianità che loro catturano prima con la fotografia e poi trasferiscono sulla tela con maniacale precisone. Di solito sono opere di grande formato, dipinte con tanta accuratezza che si parla di qualità fotografica, eppure nascono da un processo creativo completamente opposto all’immediatezza dell’istantanea fotografica.

 

 

Considerato come un modo obiettivo per documentare il mondo, sin dalla sua invenzione, l’uso della fotografia come punto di partenza del dipinto era una pratica comune a molti pittori, ma pochi lo riconobbero. A sdoganarla e dare legittimità al mezzo ci pensarono artisti pop come Warhol e Rauschenberg,  ma le loro serigrafie non sono i momenti congelati nel tempo e inanimati degli ioperrealisti. Questi sono affascinati dalle superfici metalliche, dal cristallo e dagli specchi che consentono la ricreazione nelle immagini distorte delle loro riflessioni. E se pure competono con la fotografia, a loro in fondo non importa nulla della realtà, ne vogliono creare una nuova, una personale prendendo in considerazione le questioni intorno alla percezione della realtà, all’obiettività e all’autenticità dell’immagine. Su questo riflettono i pionieri dell’Iperrealismo. Come Robert Bechtle che nei primi anni 1960 nella West Coast degli Stati Uniti inizia a produrre le prime immagini autenticamente fotorealiste. Nello stesso periodo, Richard Estes a New York inizia a lavorare sulle vetrine e i paesaggi urbani, mentre Chuck Close dipinge i suoi famosi ritratti “senza emozione”, l’unica donna in questo gruppo di pionieri, è Audrey Flack. Sono tutti americani, e i loro temi  rappresentano “il modo di vita americano” immagini della quotidianità, beni di consumo, auto, moto, camion, camper a simboleggiare la mobilità, la libertà e, di conseguenza, la visione della società stellestrisce.

 

 

Poi arriva una nuova generazione di iperrealisti, siamo tra gli anni ’80 e ’90, gli europei si appropriano della tecnica e la trasposizione della realtà sulla tela diventa ancora più rigorosa e nitida, grazie all’enorme potenziale delle nuove tecnologie come il “widescreen” e la fotografia digitale. Anthony Brunelli fotografa con un obiettivo grandangolare i paesaggi italiani sovrapponendoli sulla tela dove li dipinge, Robert Gnieweck invece è attratto d al crepuscolo o dai giochi di luce della notte mentre Davis Cono punta lo sguardo sul cinema e il francese Bertrand Meniel si interessa alle grandi città degli Stati Uniti. Oggi gli artisti della terza generazione dell’ultra-realismo lavorano con le moderne fotocamere digitali portando la pittura realistica in un’altra dimensione. Nelle loro opere prevale l’assoluta chiarezza e, con più precisione dello stesso occhio umano, danno vita a esperienze visive completamente nuove. Il mondo riconoscibile eppure “fuori dal mondo” delle nature morte di Roberto Bernardi; delle immagini riprese dall’alto di Raphaella Spencer, delle superfici di Peter Maier, delle architetture di Ben Johnson e delle città con i loro abitanti  riprese da artisti come Robert Clive. E ogni immagine di questa mostra sembra abbia infinite storie da raccontare, a patto che  ci si lasci trasportare oltre la superficie del quadro. www.museothyssen.org (a.d)

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