Inquisizione 2.0. Facebook censura il museo Jeu de Paume

Insopportabile censura di Facebook al Musée du Jeu de Paume di Parigi, reo d’aver pubblicato la fotografia di un nudo femminile

Censurare, censurare, censurare, per Facebook il lavoro d’appiattimento del pensiero passa per la moralizzazione della Rete, dove l’impero del bene di Mark Zuckerberg (sia detto con ironia), si appropria della vita privata del suo popolo, ma non può tollerare la visione di tette e culi. Secondo l’Inquisizione 2.0 il Jeu de Paume s’è reso colpevole d’aver pubblicato “Lo studio di nudo” del 1940 della fotografa francese Laure Albin Guillot, messa in rete in occasione della retrospettiva in corso al museo fino al 12 maggio 2013. L’account FB del museo è rimasto bloccato 24 ore poi, mercoledì, la scritta inquietante: “Al prossimo avviso di Facebook, il nostro account potrebbe essere disattivato in modo permanente. Quindi non pubblicheremo nudo, anche se crediamo che al loro alto valore artistico”.  La reazione del pubblico non si è fatta attendere, i messaggi di solidarietà sono piovuti a decine, e la polemica, sacrosanta, è montata. Gli amministratori della pagina FB scrivono: <<La polemica dovrebbe incoraggiare gli amministratori di Facebook a riconsiderare la loro posizione. Non distinguere tra un’opera d’arte e un’immagine pornografica è un amalgama discutibile, ma anche pericolosa. Ci affidiamo a questo dibattito affinchè “le norme comunitarie Facebook” possano essere riviste in futuro, e rifiutino qualsiasi forma di censura>>.

 

Ma non è la prima volta che FB censura l’arte, lo stesso museo s’era macchiato di “crimini”  pubblicando immagini di Willy Ronis e Manuel Alvarez Bravo. E c’è di più nel novembre 2011, la rete aveva già rimosso dalla pagina de L’Express un’istantanea dell’artista cinese Ai Weiwei per gli stessi motivi di “indecenza”. Pochi mesi prima, un artista danese Frode Steinicke era stato escluso dal social network per aver messo sul suo profilo l’opera di Courbet L’Origine du monde. Una censura che s’è abbattuta anche sui Nirvana, per la copertina dell’album Nevermind. L’anno scorso ha fatto clamore il blocco per 24 ore dell’account di un utente  che aveva  inserito all’interno di una pagina antirazzista una foto ritraeva una donna nera che allattava un bimbo bianco. La foto era stata rimossa perché è vietata la pubblicazione di immagini che ritraggono il seno nudo, anche quello di una madre che allatta. (g.m)

 

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