Nam June Paik, una mostra imperdibile. A Modena

“Nam June Paik in Italia” – Fino al 2 giugno 2013, Modena – Galleria civica, e varie sedi. Una mostra a cura di Silvia Ferrari, Serena Goldoni e Marco Pierini

Un rapporto speciale lega l’Italia a Nam June Paik (1932-2006), l’artista coreano, riconosciuto padre della video arte che dagli anni Settanta a tutti gli anni Novanta è tante volte approdato nel Bel Paese, da solo o con altri artisti della galassia Fluxus. Esattamente vent’anni fa conquistò il meritato Leone d’oro alla Biennale di Venezia: “Il “bel canto” è stato il primo rapporto che ho avuto con l’Italia” ha detto una volta: “La cosa che più mi intriga della cultura italiana è certamente la qualità e la complessità della Grande Opera Italiana. L’Opera rappresenta quello che ricerco nell’arte elettronica, in un’Opera c’è tutto: la musica, il movimento, lo spazio. Così, se un’operazione di arte elettronica riesce con successo, ritengo che debba essere considerata un’Opera elettronica“. Una conferma? I robot dedicati a Luciano Pavarotti e Maria Callas e l’opera del 1995 dal titolo “Oriental Painting, Direttore d’Orchestra” (in mostra).

Non dobbiamo essere modesti su di lui. Penso che abbia creato una rivoluzione nell’arte“, affermò Yoko Ono qualche tempo fa, confermando quanto grande sia stata l’opera di Nam June Paik per gli artisti delle generazioni successive, un’influenza che oggi è più che mai evidente con la presenza massiccia di immagini in movimento e suoni nell’arte di ultimissima generazione. E se c’è qualcuno che per primo ha trasformato la televisione e il video in arte questi è proprio il coreano. L’arte e le idee di Paik incarnano una visione radicalmente nuova per una forma d’arte che è stata accettata in tutto il mondo e ha cambiato la cultura visiva globale grazie a un ampio corpus di sculture video, installazioni, performance, videotape e produzioni televisive.

 

SULLA STRADA DI PAIK

 

Nato nel 1932 a Seoul da una ricca famiglia industriale, Paik e la sua famiglia fuggono nel 1950, all’inizio della guerra di Corea, prima a Hong Kong e poi in Giappone. Paik si laurea presso l’Università di Tokyo nel 1956, poi si reca in Germania per inseguire il suo interesse per la musica d’avanguardia. Lì incontra John Cage e George Maciunas e diveta un membro del neo-dada Fluxus. Nel ’63 alla Galleria Parnass di Wuppertall presenta un’installazione che diventerà storica: 13 video-monitor le cui immagini sono distorte attraverso l’uso di magneti. Qualcosa è cambiato per sempre. Nel ’64 emigra negli States dove amplia il suo impegno con il video e la televisione cominciato ai tempi della Germania; lì espone, e sperimenta. Nel 1965, Paik è uno dei primi artisti a usare una videocamera portatile, nel 1969 collabora con gli ingegneri Shuya Abe per la costruzione di uno dei primi video-sintetizzatori, strumento che gli permette di combinare e manipolare le immagini provenienti da fonti diverse. Tra i protagonisti della stagione dell’happening newyorkese nel corso della sua vicenda artistica Paik ha agito fra arte, musica, teatro e fotografia, spesso insieme alla violoncellista Charlotte Moorman cui rimane legato per un trentennio. Con la televisione e il video crea di una sorprendente gamma di opere d’arte, dal seminale videotape Global Groove (1973), che apre la strada alla video arte (con una videocamera Sony riprende l’arrivo di Paolo VI a New York) , alle sue sculture TV Buddha (1974) TV e violoncello (1971), a installazioni come TV Giardino (1974), Pesci Video (1975),  Fin de Siecle II (1989). Produce la videocassetta Living con il Living Theatre (1989) e Guadalcanal Requiem (1977/1979), e infine, si cimenta col mondo digitale e delle produzioni televisive via satellite, come con Orwell, performance che trasmetteva dal Centre Pompidou di Parigi.

 

LA MOSTRA

Il percorso espositivo presenta oltre cento lavori di Nam June Paik provenienti da importanti collezioni italiane e si propone di ricostruire il rapporto dell’artista con il nostro Paese. Il nucleo principale della mostra è infatti costituito dai numerosi lavori appartenuti ad Antonina Zaru, che con l’artista coreano ha intrattenuto un rapporto duraturo e fecondo. Sono inoltre esposti documenti e testimonianze fotografiche e filmate scaturite da una vasta ricognizione condotta sul territorio emiliano, dove Paik ha trovato molta attenzione da parte di galleristi appassionati come Rosanna Chiessi e Carlo Cattelani e di accorti collezionisti. In mostra troaviamo alcune opere fondamentali di Paik opere come “Sfera. Punto elettronico” del 1990-92, “TV Cello”, 1992 e “Young Buddha on Duratrans Bed”, 1989-1992. (a.d)

www.galleriacivicadimodena.it

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