Grandi mostre. Max Ernst all’Albertina

Max Ernst, una retrospettiva. All’Albertina di Vienna fino al 5 maggio 2013, una mostra a cura di Werner Spies e Julia Drost

L’Albertina (www.albertina.at ) dedica a Max Ernst (Maximilian Maria Ernst: Colonia, 1891 – Parigi, 1976) la prima grande retrospettiva in Austria. Con una selezione di 180 dipinti, collage e sculture, illustrazioni per libri e documenti, la mostra raccoglie tutte le fasi lavorative dell’artista nonché le sue scoperte e tecniche. Ernst, tra i capisaldi della storia dell’arte del XX secolo, è stato protagonista del primo dadaismo, pioniere del surrealismo, ha creato e sviluppato tecniche sofisticate e innovative come il collage, il frottage, il grattage, la decalcomania,  l’oscillazione (lasciava sgocciolare il colore attraverso un tubo legato ad un filo e sospeso sulla tela anticipando così l’action painting di Pollock). Le sue opere sfuggono ad una definizione univoca ed esaustiva. La sua inesauribile fantasia nel gestire tecniche e ispirazioni, le rotture tra le numerose fasi della sua carriera e il frequente cambio delle tematiche, sono sconcertanti. Pare che l’unica costante che nelle sue opere rimanga invariata sia la continua contraddizione. “Quando un pittore viene trovato, si perde“, diceva e allora trascorre l’ intera esistenza disorientandosi intenzionalmente pronto a mettere in scena una continua metamorfosi e facendo dell’apparente incoerenza un marchio.

 

Max Ernst come un sismografo nel cuore del secolo breve, chiamato a registrare su tela “i terremoti lievi, come quelli che riescono a spostare solo un po’ i mobili“. Una personalità inquieta e sempre in lotta per la libertà, diviso tra la realizzazione personale e gli ostacoli sociali e politici di un periodo turbolento a cui opporre uno sguardo in avanti, in una costante “fuga nel futuro“. La memoria, la scoperta, il riciclaggio, il collage sono il ​​motore combinato ne muovono l’opera. Un’opera che tra riferimenti al passato e gli eventi politici contemporanei si ritaglia una prospettiva profetica e visionaria del futuro. Ernst ammette un “complesso di verginità” di fronte alle tele vuote e sempre va alla ricerca di mezzi che gli permettano di aumentare le capacità allucinatorie della sua mente, per liberarsi, dice “dalla sua cecità“. E dà voce “all’intuizione sottile” quel mondo sospeso tra il sogno e le esperienze di vita, il razionale e l’assurdo, il poetico e il grottesco. Una combinazione di poli opposti che sarà costante nella sua carriera, come la sua volontà di scioccare la rispettabilità borghese e contrastare l’accademismo.

Introdotto alla pittura dal padre, pittore dilettante, neppure ventenne Max Ernst propone il suo cocktail d’avanguardia, in una fusione di espressionismo, cubismo, caricatura sociale, Kandinsky e Chagall. Partito in guerra come fuciliere, ritornatovi nel 1918, lo troviamo poco dopo a Colonia in una mostra coi dadaisti Hans Arp e Johannes Theodor Baargeld, “(Dada è)… una rivolta di gioia di vivere e di rabbia, il risultato di assurdità, della vergogna di questa guerra idiota “, e quindi scopre il collage, che è il modo perfetto per “abbinare realtà apparentemente inconciliabili”. Forte in quel periodo è l’influenza di Picasso e Braque, e la necessità di raccontare  quel mondo a testa in giù proprio del periodo tra le due guerre. Lascia la moglie e nel corso degli anni ’20 eccolo a Parigi dove frequenta gli ambienti surrealisti, finisce in carcere due volte, come “straniero ostile”, tenta la fuga e viene liberato per “fortunate circostanze”. Artefice di un’esistenza decisamente anticonvenzionale e animata da vicende personali alquanto complesse, solo nel 1941 Max Erst troverà asilo negli Stati Uniti. Sfuggirà alla guerra ma non alla lista dell’arte degenerata stilata dai nazisti né alle accuse di essere una spia tedesca mossegli da un vicino di casa nel periodo in cui viveva nel Sud della Francia.

IL LOPLOP

E’ alla fine degli anni ’20 che il Loplop,  l’uccello fantasma, entra nel mondo pittorico di Max Ernst per diventare la sua figura di identificazione, specchio delle sue emozioni e della mente subconscia. La figura di Loplop, ha un carattere profondamente autobiografico, attinge all’esperienza infantile, alle teorie psicoanalitiche di Freud e Jung, alla mitologia, e allo sciamanesimo. Gli uccelli avranno sempre un aspetto metamorfico nell’opera di Max Ernst: contraddittorio e oscillante tra libertà, intrappolamento e districamento. Ognuno dei suoi quadri rappresenta un aspetto del suo mondo personale interiore ma attribuisce al dio-uccello il ruolo di ispiratore per mezzo del quale lui stesso si trasformerebbe in un mezzo. Infatti nel Surrealismo, attraverso l’impiego di metodi automatici, l’artista viene privato del mito che circonda il creatore che diventa così un semplice messaggero. Max Ernst si vede quindi come uno scopritore, non come un creatore, e cerca di presentare i suoi quadri come “prodotti disponibili” dal profondo del suo subconscio.

A metà degli anni Cinquanta, dopo il suo ritorno in Europa, Max Ernst decide di rivisitare il suo lavoro. L’apparente non – sense era ormai diventato un presagio e l’asserita contraddizione, una riflessione degna della costante reinvenzione tipica dell’uomo postmoderno.

(a.d)

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