L’intervista. Roberto Ippolito: “Ignoranti, ma con obbligo di speranza”

Come può credere nel cambimento un Paese ignorante governato da ignoranti? Ce lo racconta Roberto Ippolito

Non è la prima volta che Roberto Ippolito infila il dito nella piaga dei mali italiani, lo ha fatto con “Evasori” prima e “Il Bel paese maltrattato” poi (entrambi libri editi da Bompiani), ci riprova  con “Ignoranti. L’Italia che non sa. L’Italia che non va”, da ieri, 7 febbraio, in libreria per Chiarelettere. Un lavoro d’impegno civile, perfettamente dentro i tempi, e soprattutto i temi di una campagna elettorale sempre più distante dalla realtà. E la realtà è che l’Italia, per secoli culla della cultura e dell’arte, i suoi primati li ha persi tutti finendo in coda a tutte le classifiche europee. E se è vero, come dice Obama, che “tagliare il deficit riducendo gli investimenti nell’innovazione e nell’istruzione è come alleggerire un aereo troppo carico togliendo il motore”, vuol dire che questa Italia non sa, non può, non vuole crescere. Ippolito, per molti anni responsabile delle pagine di economia de La Stampa, lascia spesso che siano cifre e confronti a delineare i contorni dell’attualità. Lo sapevate che negli anni del boom fu l’innalzamento culturale ad accompagnare il miracolo economico? Oggi il 45,2 per cento degli italiani ha al massimo la licenza media contro il 27,3 per cento dell’Europa e solo due su quattro sono diplomati contro tre inglesi su quattro. E non è strano, in un Paese che è ventiduesimo in Europa per la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione in rapporto al Pil. E al peggio non c’è mai fine, perché – ed ecco la sfilata di nomi, cognomi e stafalcioni spesso esilaranti – stabilito che istruzione e cultura sono i veri motori della crescita assistiamo all’occupazione della politica da parte di un esercito d’ignoranti. Sconforto a parte, se ne potrà mai uscire?

 

R.I – Non possiamo illuderci di andare avanti da ignoranti, è certo. Ma questo è un Paese smarrito e lo dimostrano tutti i dati, anche quelli di qualità, e le indagini internazionali. Dal ’99 in Europa siamo ultimi per crescita e per numero di laureati, alla pari con la Romania. Da questo nasce il libro, come risultato di un’osservazione e delle conseguenti analisi, L’Italia che non sa è l’Italia che non va, e allora come possiamo reggere alle sfide internazionali se non sappiamo, se non investiamo in ricerca !? Il quadro è sconfortante perché a tutti i livelli c’è la rinuncia ad attrezzarsi culturalmente, sia per il proprio bagaglio sia per competere.

 

Siamo nel bel mezzo di una campagna elettorale tutta giocata in tv, e dove lo spazio riservato alle proposte concrete è pressoché inesistente; di cultura poi quasi non abbiamo mai sentito parlare, anzi, togliamo il quasi…

 

R.I – Diciamo che sperare è obbligatorio, ma guardiamo cosa abbiamo alle spalle. Nel 2008 nel programma presentato al Parlamento per la fiducia Berlusconi non accennò mai a scuola e università; nel novembre 2011 stessa occasione ma c’era Monti che alla scuola dedicò poche righe fra le politiche microeconomiche per la crescita. La verità è che non c’è considerazione per la cultura. Nel maggio scorso quando Hollande ha tenuto il suo primo discorso da presidente è stato chiaro: “La nostra priorità sarà la scuola”. Purtroppo non abbiamo visto ancora alcun candidato italiano parlare di certi temi; di argomenti come la qualificazione, sia dei giovani sia degli adulti, già, c’è un gravissimo problema relativo alla riqualificazione degli adulti ma nessuno ne parla…

 

Politica bocciata in toto dunque …

 

R.I – Chi ha un minimo d’intelligenza e di capacità d’analisi sa che la crescita non arriva improvvisamente. Non farei di tutta l’erba un fascio ma attenzione. Il centrodestra non s’è mai occupato dell’intera questione del sapere. La coalizione di Monti stenta ad esserci, e d’altronde sono i temi sociali che stentano ad entrare nello scenario. Il centrosinistra vi si dedica con più attenzione ma non ne fa una vera battaglia… e invece per il cambiamento serve proprio una battaglia. Ricordi gli anni del boom economico? Aumentò la scolarizzazione ed anche il tasso di lettura. Faccio presente che la classe dirigente italiana non è avvezza alla lettura, solo un italiano su dieci legge per motivi professionali … Sono dati sconfortanti.

 

Hai citato gli anni del boom, facciamo un piccolo passo indietro. Nel dopoguerra la scolarizzazione non era certo elevata, eppure la maggioranza degli italiani era almeno depositaria di una cultura contadina non priva di pregi, penso alla cura per la terra (si chiamava terra non territorio), o alla cultura del non buttare via nulla… possiamo dire che gli ignoranti di oggi sono messi peggio degli ignoranti di ieri?

 

R.I – La mia idea è che questo Paese si sia adagiato sul suo benessere, ci siamo accontentati, abbiamo privilegiato la soddisfazione di quello che abbiamo e persino la rabbia della crisi s’è attutita a causa di quel po’ di benessere… ma questo è solo un tentativo di sintesi.

 

E gli ignoranti?

 

R.I – Si è ignoranti in tanti modi. Penso all’analfabetismo di ritorno, o al fatto che secondo fonti ben accreditate, il 71 per cento degli italiani sia al di sotto del livello minimo di comprensione di un testo, indagini dalle quali anche i quindicenni escono malissimo. Insomma, esiste un nuovo analfabetismo. Consideriamo Internet: più di un quarto delle famiglie (26, 7 per cento) se ne chiama completamente fuori, lo ritiene inutile, e il 39 per cento non ha mai toccato un computer nel 2011 (solo romeni, bulgari e greci fanno peggio). Questo vuol dire che una fetta considerevole della popolazione si estranea dal mondo di oggi. E cosa dire poi di tutte le imprese che non hanno un sito e delle vendite on line che sì, sono in aumento, ma in Europa viaggiano su numeri superiori del triplo. Stiamo perdendo un’occasione …

 

Il fatto è che non sappiamo guardare avanti ma neppure indietro, penso allo stato dei nostri beni culturali …

 

R.I – La nostra ricchissima storia è stata dimenticata ed oscurata sotto molti punti di vista, così è inevitabile che Pompei crolli…

 

In questo quadro intravedi delle responsabilità nel comportamento degli intellettuali? Insomma, non credi che siano rimasti troppo a lungo nella loro torre d’avorio, poco propensi ad aprirsi alla gente, a rendersi, per così dire, “utili a tutti” ?

 

R.I – Certo, ma il limite degli intellettuali italiani non è limite di oggi, ciò nonostante abbiamo tante menti di qualità. Quello che manca soprattutto è essere industria culturale e manca adeguato sostegno. Ci sono paesi favoriti dalla lingua, vedi gli USA ma dove il sostegno all’industria culturale è comunque più ampio. Ma ecco che torniamo al punto di prima: servono governi e parlamenti sensibili… Paghiamo il prezzo dell’ignoranza e invece uscire fuori dai nostri confini, dare maggiori opportunità alla creatività ci farebbe bene.

 

L’obiezione è sempre la stessa: mancano i soldi

 

R.I – In Italia la spesa pubblica deve essere riqualificata e ri-orientata. La nostra spesa culturale è un quarto di quella che era nel ’55; in Europa siamo 22mi nel rapporto spesa per l’istruzione – Pil. Stiamo parlando di arretramento deliberato e scientifico.

 

Dici?

 

R.I – Berlusconi in tre anni ha cancellato 87mila insegnanti e 43.500 lavoratori della scuola tra il personale cosiddetto “ATA”. Per capire cosa è accaduto sarebbe sufficiente immaginare come possano funzionare scuole i cui dirigenti (quelli che una volta si chiamavano presidi ndr) hanno diciotto istituti da mandare avanti, magari distanti l’uno dall’altro sessanta chilometri. Si è deciso che il settore doveva arretrare, assieme all’arretramento della cultura…

 

Dicevi che sperare è d’obbligo, presto arriverà un nuovo governo, secondo te quale dovrebbe essere la priorità in tema di istruzione e cultura?

 

P.I  – Non c’è una misura prioritaria, la priorità è riconoscere la priorità di cultura e istruzione. Scuola, agenda elettronica, eliminare i fattori che rendono l’istruzione cosa da ricchi… i settori sui quali incidere sono molti. Diciamo che all’inizio basterebbe affrontare nei dovuti modi uno solo di questi argomenti per dare il segnale che qualcosa cambierà veramente.

 

Allora come ne usciremo? Se mai ne usciremo…

 

R.I – Ce la dobbiamo e ce la possiamo fare, ma solo ritrovando noi stessi. Concludo il libro indicando una serie di esempi positivi: il lavoro di quegli insegnanti che operano in condizioni difficilissime, gli accordi tra imprese e sindacati che prevedono borse di studio o buoni libri… Di questi episodi posso enumerarne molti, dobbiamo solo fare in modo che prevalgano.

 

(Antonella Durazzo)

 

 

Ignoranti. L’Italia che non sa. L’Italia che non va, sarà presentato martedì 12 febbraio  (ore 19) a Roma, nella Chiesa Ss. Celso e Giuliano in via Banco di Santo Spirito.Intereverranno: Derrick De Kerckhove, Ivan Lo Bello, Tobias Piller, Andrea Vianello. Letture di Ilaria Parisella.

Altre presentazioni:

 

16.02 – 17.30 VITERBO Libreria del Teatro

 

21.02 – 18.30 REGGIO EMILIA Libreria all’Arco

 

22.02 – 17.30 PARMA Museo Amedeo Bocchi Palazzo Sanvitale

 

23.02 – 17.00 LA SPEZIA Centro arte moderna e contemporanea Camec

 

 

 

 

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