Biennale 2013. Il Padiglione Italia, il “vice versa”, gli artisti, il “crowdfounding”

Ecco il Padiglione Italia della 55ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Vice versa il tema scelto da Bartolomeo Pietromarchi

Con la presentazione, ieri, del Padiglione Italia finalmente la Biennale d’arte comincia ad entrare nel vivo. Curato da Bartolomeo Pietromarchi (direttore del Macro – foto di testa) e con commissario Maddalena Ragni,  dal 1° giugno al 24 novembre in quel dell’Arsenale quattordici artisti di diversa origine e generazione ci daranno un’idea sull’arte italiana nell’anno di grazia 2013. Già la Biennale in fondo è tutto qui, un racconto dei tempi attraverso l’arte, è istantanea, è cristallizzazione, è il messaggio in bottiglia da mandare alla Storia. Ed anche questa Biennale dovrà in qualche modo ricordare ai posteri chi eravamo, o chi non eravamo nell’anno di grazia 2013. E senza eludere le complessità. Ad esempio sarà questa la prima volta che il Padiglione italiano sarà anche finanziato dal basso, ma di questo parleremo tra un po’.

Rispetto all’affollamento voluto da Sgarbi nel 2011 per quello che si risolse come uno degli allestimenti più criticati d’ogni tempo (e anche questo è un primato), Pietromarchi ha scelto una via più sobria: 14 artisti per sette sale non sono pochi, ma sufficienti a rimarcare le diversità. E “vice versa”, il tema scelto per il progetto espositivo, è la forma basica della diversità: sintetizzabile nel dualismo quando è contrapposizione, o nella dimensione doppia quando diventa confronto e momento di approfondimento.

Vice versa riprende un concetto teorizzato da Giorgio Agamben nel volume Categorie italiane. Studi di Poetica (1996), in cui il filosofo sostiene che per interpretare la cultura italiana sia necessario individuare una “serie di concetti polarmente coniugati” capaci di descriverne le caratteristiche di fondo. Binomi quali tragedia/commedia, architettura/vaghezza o velocità/leggerezza divengono così originali chiavi di lettura di opere e autori fondanti della nostra storia culturale. – recita la nota di presentazione – Questa attitudine speculare e dialettica, e in particolare la dimensione del doppio, è uno degli aspetti che più profondamente caratterizzano l’arte contemporanea italiana. Basti citare la poetica di artisti come Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Luigi Ontani e Gino De Dominicis che basano la propria ricerca su polarità contrapposte: ordine e disordine, immagine e riflesso, visibile e invisibile, i confini tra realtà e finzione, originale e copia, tragedia e commedia tendono a dissolversi. La natura antitetica della nostra cultura produce così opere che ribaltano la realtà in finzione e la finzione in realtà, dove nel gioco del vice versa il paesaggio diviene palcoscenico, la storia performance, l’opera teatro, l’immaginario popolare storia personale”. Sette stanze ciascuna della quali ospita due artisti in dialogo tra loro, qui il “vice versa” si concretizza nell’opera di maestri riconosciuti e di talenti più giovani, “un viaggio ideale nell’arte italiana di oggi e di ieri, un itinerario che racconta identità e paesaggi – reali e immaginari – esplorando la complessità e le stratificazioni della vicenda artistica e antropologica del paese. Un ritratto dell’arte recente non più letta come contrapposizione tra movimenti e generazioni, ma come un atlante di temi e di attitudini, riconducibili alla storia e alla cultura nazionali, in un dialogo incrociato di corrispondenze, derivazioni e differenze”.

 

Eccoli allora i “magnifici quattordici”:

Francesco Arena, Massimo Bartolini, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Flavio Favelli, Luigi Ghirri, Piero Golia, Francesca Grilli, Marcello Maloberti, Fabio Mauri, Giulio Paolini, Marco Tirelli, Luca Vitone, Sislej Xhafa.

 

Non tutti saranno contenti (normale) e pioveranno critiche più o meno motivate (è giusto che sia così). Qualche nome solleva perplessità (e anche questo e normale), ma approfondiremo nei prossimi giorni carriere, poetica e biografie dei singoli artisti, per il momento il motivo d’interesse sono gli accoppiamenti e la topografia tematica della mostra.

 

Le fotografie del “rifondatore” del paesaggio Luigi Ghirri assieme alle opere neo concettuali  del genovese Luca Vitone (classe 1964) ad approfondire “il significato di luogo, sospeso tra visione e memoria”. La Storia, in un rapporto declinato tra dimensione personale e collettiva nelle opere di Fabio Mauri, alla sua sesta partecipazione ad una Biennale, e Francesco Arena (1978) “che affrontano, attraverso il filtro del corpo e della dimensione performativa, i buchi irrisolti della storia”. Guardando alla linea di confine tra tragedia e commedia ecco la sala coi lavori del napoletano trapiantato a Los Angeles Piero Golia (1974) e del kosovaro un po’ italiano Sislej Xhafa (1970) “sempre in bilico tra vita vissuta e vita immaginata”; dimensione presente anche nelle performance di Marcello Maloberti (1966) e nelle opere del bolognese Flavio Favelli (1967) “che rendono sensibili gli sconfinamenti tra autobiografia e immaginario collettivo attraverso riferimenti alla cultura e alle tradizioni popolari”. Poi la ricerca sulla dimensione dell’arte, sulla sua extra-temporalità che caratterizza nei decenni Giulio Paolini, che dialoga in mostra con Marco Tirelli (1956) sul tema dell’arte come illusione, come sguardo prospettico. La contrapposizione tra suono e silenzio, tra libertà di parola e censura, nella ricerca di Massimo Bartolini (1962) e della performer Francesca Grilli (1978), per terminare con le opere di Gianfranco Baruchello, il più anziano della mostra, classe 1924, allievo di Marcel Duchamp, e della videoartista Elisabetta Benassi (1966) in una “tensione tra frammento e sistema in cui l’umana ambizione ad archiviare e a classificare si scontra con l’impossibilità e il fallimento”.

Le mostra presenta opere per lo più prodotte appositamente per l’occasione: installazioni, sculture, dipinti, performance, interventi sonori e ambientali – all’interno e all’esterno del Padiglione.

LA NOVITA’: IL CROWDFUNDING

Possiamo essere tutti finanziatori, e dunque tutti parte in causa. Il crowdfounding è tutto qui, è il sistema di “finanziamento partecipativo” che ha consentito a Barack Obama di sostenere la sua campagna elettorale con le piccole donazioni della gente comune; è ciò che ha permesso al Louvre di raccogliere un milione di euro per acquisire le Tre Grazie di Cranach da un collezionista privato; quello che ha permesso, l’anno scorso a Michele Santoro di mettere in onda il suo “Servizio Pubblico” su multi-piattaforma;  è quello che consentirà – forse – al Padiglione Italia di sostenere con i soldi di tutti  “le produzioni degli artisti; la mediazione culturale della promozione e comunicazione; l’organizzazione di incontri con artisti e opinion leader; di organizzare un convegno finale sui temi del Padiglione”.

A partire dal 12 febbraio 2013 il progetto di crowdfunding sarà lanciato su www.viceversa2013.org. Lo spirito di partecipazione e il sostegno al progetto espositivo saranno riconosciuti con una serie di benefit corrispondenti ai target di supporto. La raccolta fondi, che avrà la durata di 90 giorni, sarà inaugurata con eventi a Roma, Milano, Londra e New York.

(a.d)

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