Grandi Mostre, Manet a Venezia

L’Olympia di Manet e la Venere di Tiziano, a Venezia il confronto tra due sublimi prostitute

Olympia è una prostituta, senza dubbio. Nella realtà si chiamava ‪Victorine Meurent ed era un volto molto noto nella Montamartre del 1860, modella e artista essa stessa, per Manet, che la ritrasse più e più volte, era un feticcio.

Quando apparve in tutta la sua impudenza, lei nuda tra due uomini vestiti di tutto punto nel Djuneur sur l’erbe, il pubblico del Salon d’Automne ne restò scandalizzato. Era il 1863, e quando due anni dopo si ripresentò, più sfacciata e più nuda che mai come Olympia, al Salon questa volta scoppiò il putiferio. Non era la sua pelle bianca a scandalizzare, ma la sua sfrontatezza, il suo sguardo che non lascia scampo, quel suo ostantare la padronanza del sè, e quei piccoli dettagli che l’identificano come una “dea dell’amore”: l’orchidea nei capelli, il braccialetto, gli orecchini di perle, lo scialle orientale, e quel nastrino di velluto al collo; tutto parla di ricchezza e sensualità. Persino la pantofola lasciata ciondolare dal piede è un richiamo voluttuoso. E cosa dire del gatto nero e della cameriera di colore, lei sì vestita completamente, con quel mazzo di fiori che Olympia ignora sdegnosamente, dono, forse, di un cliente troppo affezionato. Non c’è niente di idealizzato in lei, niente che sottintenda a più alti insegnamenti. Manet dipinge una prostituta e ne sottolinea la nudità, irradiandola con una luce chiara e durissima. Opera “immorale”, “volgare”, simbolo di un’arte “caduta così in basso che non merita biasimo“; il pubblico conservatore della Parigi del 1865 non trovò altro da dire, ma in compenso Émile Zola, che proclamò Olympia “il capolavoro di Manet” ne diede la sintesi più chiara: “Quando gli altri artisti correggono la natura dipingendo Venere mentono. Manet si chiede perché mentire. Perché non dire la verità?

Olympia sm

Édouard Manet (1832-1883)
Olympia, 1863
Olio su tela, 130 x 190 cm
Parigi, Musée d’Orsay
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt

E la verità è che anche la Venere di Tiziano è una prostituta (ma non doveva sembrarlo). Nella vita pare si chiamasse Angela del Moro ed era una cortigiana ben pagata nella Venezia del 1538, pare fosse anche una cara amica dell’artista, una compagna di giochi. Di lei, la modella, sappiamo ben poco, ma molto è stato scritto nei secoli di questo dipinto che ispirò Manet, oltre a una lunghissima serie di artisti. Un dipinto erotico e senza scusanti, malgrado i tempi. Questa Venere guarda dritto verso lo spettatore senza alcun imbarazzo: nella mano destra tiene un mazzo di rose, mentre con la sinistra si copre la vulva, che l’artista ha provocatoriamente posto al centro della composizione. Sullo sfondo c’è un cane, simbolo di fedeltà.

‪ Il dipinto fu commissionato da Guidobaldo II della Rovere, duca di Urbino, forse per celebrare il suo matrimonio. Pare che il duca intendesse così istruire, o quanto meno offrire un “modello” a Giulia Varano, sua giovanissima e a quanto pare inesperta moglie. E non è un caso allora che Tiziano abbia collocato la dea dell’amore in un contesto casalingo, le abbia tolto qualsiasi orpello classico o allegorico e spogliata di tutti gli attributi della divinità : “E’ la più oscena immagine che il mondo possiede”, scrisse Mark Twain nel suo diario di viaggio (1880). La Venere d’Urbino era un po’ troppo forte per questo borghese del “nuovo mondo”.

 

Il memorabile confronto tra il modello ispiratore e l’opera realizzata da Manet 325 anni dopo, un confronto tra due “modernità”, come momento centrale della mostra “Manet a Venezia” che dal 14 aprile al 18 agosto porterà a Palazzo Ducale la bella Olympia, per la prima volta fuori dalla Francia (appartiene allo Stato francese sin dal 1890) e dal quel Musée d’Orsay che l’ospita.

Nato dalla collaborazione tra il D’Orsay e la Fondazione Musei Civici di Venezia, il confronto tra le due opere è diventato un “affare di Stato” dove l’impegno personale dei ministri degli Esteri e della Cultura di Italia e Francia ha reso possibile l’accordo. Della mostra, che analizza il legame di Manet con Venezia e con l’arte italiana torneremo a soffermarci, così come è d’obbligo approfondire l’ampio cartellone di eventi espositivi messo assieme dai Musei civici veneziani per il 2013 : un palinsesto ricco con 32 eventi tra mostre temporanee e grandi mostre (19), esposizioni basate sulle raccolte civiche per il ciclo Tesori ritrovati (9) e inaugurazioni di nuovi percorsi e nuclei espositivi delle collezioni permanenti (4). Perché non di sole Biennali si vive… (a.d)

Venere di Urbino sm

Tiziano
Venere di Urbino, 1538
Tela
Firenze, Galleria degli Uffizi

© Riproduzione riservata

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