Film. Les Misérables arriva in sala tra le stroncature

Non v’è dubbio che Les Misérables sia, tra i nove titoli che si contendono l’Oscar 2013, quello più stroncato dalla critica, una quasi unanimità per […]

Non v’è dubbio che Les Misérables sia, tra i nove titoli che si contendono l’Oscar 2013, quello più stroncato dalla critica, una quasi unanimità per il film di Tom Hooper (“Il discorso del re”) che insospettisce, oltre a indurre qualche simpatia per questo per questo “polpettone” tacciato del più bieco sentimentalismo.  Un film definito piatto, poco profondo, sentimentale ed emotivamente manipolatore, la critica internazionale vi spreca tempo, USA Today vi ha dedicato quasi una pagina intera solo per parlarne male e anche in Italia, dov’è stato presentato in anteprima alla stampa l’altro giorno, le bocciature sono piovute. Paolo Mereghetti (Corriere della Sera) silura la prova canora del “cattivo” Russel Crowe perché “non tutti gli attori possono misurarsi con un musical“, e lui evidentemente non può; rimanda a settembre Hugh Jackman (sempre per la prova canora) e sottolinea come vi siano ben 152 minuti di canzoni (“senza un balletto e con meno di dieci brevi frasi parlate“). Dunque  chi non conosce le melodie qualche rischio lo corre. E Mereghetti chiosa: “Belle scenografie, qualche idea. Non basta“.

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Ancora più “cattivo” Paolo D’Agostini di Repubblica : “Resta come poche volte capita, di fronte ai cospicui 157 minuti di film che sembrano il doppio, una netta impressione di disparità tra gli ingentissimi mezzi impiegati e la totale delusione di un risultato che il tour de force tra una canzone e l’altra rende straordinariamente piatto“.  Ad ogni modo il film è costellato da canzoni che potranno risuonare familiari anche al pubblico italiano, vedi: “I Dreamed a Dream”, “Bring Him Home,” “One Day More”, “On My Own”.

Les Misérables, tuttavia, un titolo lo merita: monumentale. Tale era il romanzo di Victor Hugo da cui è tratto; tale è il cast (Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Eddie Redmayne, Aaron Tveit, Samantha Barks, Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen), tale era il musical che 30 anni fa (fu scritto nel 1980 da Claude-Michel Schönberg  e Alain Boublil ) sbancò nel West End fino a diventare il musical più longevo di Londra mentre a Broadway guadagnava otto Tony Award. E’ stato visto da più di 60 milioni di persone in 42 nazioni e in 21 lingue.

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Un occhio alla trama, che sia detto per inciso, molto sfoltisce le vicende narrate da Hugo, soprattutto quelle che riguardano Jean Valjean dopo la sua scarcerazione (l’incontro col vescovo Myriel, il furto dei candelabri, il perdono).

Sullo sfondo di una Francia del XIX secolo agitata da fermenti politici anche sanguinosi, il film prende le mosse dalla scarcerazione di Valjean, dopo che questi ha trascorso 19 anni di carcere per aver rubato del cibo e aver reiteratamente tentato l’evasione. Passano gli anni e l’uomo, sotto falsa identità, s’è costruito una solida e apprezzata posizione sociale ed economica. E’ a questo punto che incontra Fantine, una donna ingiustamente licenziata dalla fabbrica di proprietà dello stesso Valjean. S’apre una nuova parentesi, Valjean, che non ha colpa del licenziamento,  prometterà alla donna in punto di morte di prendersi cura della figlia di lei, Cosette, tutto questo mentre lo spietato Ispettore Javert, che da decenni lo perseguita,  si convince sempre di più che l’uomo oggi rispettabile era il galeotto di cui fu secondino.

Ci sono i sogni spezzati, l’amore non corrisposto, la passione, il sacrificio e la redenzione, c’è l’ideale religioso di carità (Valjean) e quello di una religione punitiva (Javert). In definitiva non sarà tutto quello che Hugo ha messo dentro il suo capolavoro ma di sentimenti “forti” sembrano essercene abbastanza, financo troppi. (g.m)

 

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