L’intervista. Giovanni Albanese: “L’arte? Una conquista quotidiana”

Quattro chiacchiere con Giovanni Albanese su arte e artisti…le ha fatte per noi Virginia Zullo

Giovanni Albanese è nato Bari nel 1955. Artista, scenografo, costumista, scrittore e regista. Molti anni fa qualcuno gli chiese: “Cos’è l’arte?” Rispose :”Non lo so, però so che un centimetro dopo o un centimetro prima è merda. Lo diceva Andy Warhol. Io spero di aver azzeccato il centimetro”.

 

E allora cos’è l’arte per Giovanni Albanese? 

Tanti anni fa dicevo che l’arte era l’aspirazione della mia vita, la mia unica ragione di vita, ora non lo so più. Posso solo dire che mi è indispensabile, come respirare. Non è una conquista oggettiva perché in ogni caso l’arte è sempre una conquista. Può succedere di adagiarsi con l’arte, talvolta l’ho fatto anche io, in momenti dove sei più stanco, più debole, ebbene proprio in quei momenti non cresci e regredisci, per questo l’arte deve essere sempre  una conquista continua è un lavoro di ricerca e di amore continuo. 

Quando hai capito che l’arte era la tua strada? 

Ho pensato da sempre di voler fare l’artista, non di esserlo, ma di volerlo fare. Ho cominciato a disegnare a sette otto anni, poi quando studiavo Architettura dipingevo e disegnavo molto, facevo piccole mostre. Dopo la laurea in Architettura a Torino scelsi di venire a Roma. Erano gli anni Ottanta e c’era un grande fermento nell’arte contemporanea; erano gli anni della Transavanguardia di Achille Bonit Oliva che per me era un mito. Ma non ero certo di farcela, e quando ho cominciato a vendere le mie opere mi sembrava quasi assurdo che ci potessero essere persone disposte a spendere dei soldi per il mio lavoro creativo, li avrei baciati sulla fronte uno ad uno…  Ad un certo punto mi sono accorto che erano gli altri a vedermi come un artista e ho visto la mia realtà nelle loro parole e nei loro sguardi. 

Hai un’immagine che possa definire e racchiudere la tua realtà? 

Sì, è un lavoro del 1993, un autoritratto che poi ho chiamato L’Artista (guarda in fotogallery ndr). E’ composto da due scarponcini: uno ancorato al terreno con delle ventose ed uno con delle molle, sei sempre con un piede ancorato per terra ed uno per aria.

Questo ti definisce? 

Sì, perché è quello che l’artista vive quotidianamente: la serietà e la pesantezza fisica del lavoro e la forza introspettiva di trovare la composizione giusta si contrappongono ad una forma di leggerezza che a me piace che gli oggetti acquistino, profondità e leggerezza … a me piace lavorare con gli ossimori. 

Ci parli degli ultimi tuoi lavori, la Prigione ….?

Dovevo realizzare un’istallazione, che presto farò, al carcere di Rebibbia con i carcerati. Il direttore era molto aperto a questo progetto ed ho pensato di fare una grande macchina per l’evasione … . Ho Trascorso intere settimane al carcere per cercare oggetti, idee, mi hanno aiutato moltissimo sia i secondini sia i carcerati, sono stati stupendi. Ad un certo punto mi volevano fare un regalo, vedevo che cambiavano tutte le chiavi delle celle e ho chiesto di averle. Qualche settimana dopo mi ha chiamato il direttore del carcere dicendomi: “Ti abbiamo preparato degli scatoloni di chiavi pesantissime”. Mi sono ritrovato con queste chiavi stupende di ottone con il numero della cella e con queste chiavi ho ideato la prigione di chiavi, perché, a pensarci bene, tante chiavi fanno una prigione… 

La tua prigione simbolica? 

Mi hai fatto la domanda dalle cento pistole ….io non mi sento di avere una prigione perché con l’arte ho la possibilità di poter evadere da qualsiasi spazio. Tempo fa viaggiavo e leggevo molto, oggi mi accorgo che preferisco viaggiare con le mie opere e leggere le mie opere perché spesso mi accorgo che le mie opere sfuggono al mio controllo e mi dicono molte più cose di quello che io stesso so. Gino De Dominicis diceva : “E’ lo spettatore che si espone all’opera d’arte, perché l’opera  d’arte emana radiazioni, ti parla (Virginia Zullo)

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