Lorenzo Amurri: Apnea e l’intervista alle Invasioni Barbariche

Lo scrittore rivelazione presentato ieri sera da Daria Bignardi. Ecco Apnea, il suo primo romanzo autobiografico.

Daria Bignardi ieri sera ha presentato al suo pubblico delle Invasioni Barbariche, Lorenzo Amurri, figlio dello scrittore Antonio. Lorenzo è stato vittima di un incidente disastroso che lo ha trasformato da brillante musicista a tetraplegico dal 16 anni. La chitarra, prima compagna fedele, è diventata un miraggio, un ricordo e la scrittura un nuovo modo di esprimersi e di esprimere arte. Daria Bignardi ha deciso di intervistare Lorenzo e di presentare il suo primo libro autobiografico Apnea – uscito oggi ed edito Fandango – al grande pubblico di La7.

L’intervista è stata bella, toccante e vera. Eccola:

 

 

Un estratto del libro, la prima parte:

“È quasi l’ora di pranzo. Sto sciando insieme alla mia fidanzata, in realtà la precedo perche è troppo lenta. È quasi l’ora di pranzo. Ho la faccia immersa nella neve. Non sento più niente, come fossi dentro un batuffolo d’ovatta. Non riesco a respirare. Qualcuno mi prende la testa tra le mani e la gira: respiro.

Ora sono in un garage, sembra l’officina di un meccanico. Ho la sensazione di avere una persona davanti girata di spalle e una dietro che mi tocca la testa, ma non le distinguo chiaramente. Ho sete. Qualcuno mi fa bere. Sento il liquido fresco scendere giù fino allo stomaco e oltre; lo sento nella vescica e non posso trattenerlo dentro; lo sento fluire in mezzo alle gambe: è bellissimo, paragonabile a un orgasmo.

Il garage è l’elicottero che mi sta trasportando d’urgenza in ospedale. Sono sveglio ma la mia coscienza vaga scioccata, costruendo una difesa visionaria che confonde quello che in realtà sta succedendo. Mi diranno in seguito che in molti, trasportati in elicottero dopo gravi incidenti, raccontano di essere stati in un garage; mi diranno anche che all’arrivo al pronto soccorso ho detto che qualcuno mi aveva dato da bere, scatenando un attimo di panico generale. Se qualcuno l’avesse veramente fatto, non sarei qui a scrivere.

Mi sorprende vedere che sul lungomare di Ostia hanno costruito un ospedale americano. Anche le ambulanze sono americane: grosse, quasi quadrate e piene di luci e lucette intermittenti. Sono sdraiato sul cofano di una macchina proprio davanti all’ingresso, intorno a me infuria una battaglia. Truppe di marines statunitensi affrontano guerriglieri di un’etnia africana non meglio definita: fumo, proiettili, esplosioni. Non riesco ad alzarmi. Non credo di essere ferito, ma ho grosse difficoltà a muovermi, posso solo essere uno spettatore passivo di ciò che accade. Gli africani stanno tentando un colpo di stato, di quale stato non saprei, e si fanno esplodere. Ma non come i terroristi islamici carichi di tritolo, questi diventano incandescenti come la lava e saltano in aria. Sembra una reazione chimica, una specie di autocombustione esplosiva. Sopra l’ingresso del pronto soccorso c’è una grata rettangolare color oro. Nascosto dietro, un guerrigliero sta gradualmente cambiando colore: dal nero all’arancione, fino al rosso fuoco. Mi agito e cerco di avvertire i marines, ma non riesco a gridare, dalla mia bocca non esce alcun suono. Mi giro di lato e vedo un grande pullman di quelli da gita turistica. È fermo davanti a me e si divide a metà: grazie a qualche congegno, la coda si separa dalla testa rimanendo comunque attaccata. La carrozzeria si divide mentre la scocca si allunga. Di lato fuoriesce una pedana quadrata bucata nel mezzo, con un guerrigliero appeso e incandescente. Sotto la pedana, dove un minuto prima c’era asfalto, si apre una profondissima voragine. La scena ricorda vagamente una nave pirata col suo trampolino sul mare infestato dagli squali. Infatti, l’uomo nero viene fatto precipitare nella buca prima di esplodere. Di colpo mi ritrovo all’interno del pullman. Sono seduto davanti con lo schienale del sedile completamente reclinato. In piedi accanto a me, un uomo con i capelli bianchi mi parla: “Tu sei figlio di Antonio e Milvia?”. “Sì.” “Allora devi stare tranquillo che non ti succederà niente.” La voce dell’uomo è ferma e rassicurante, ma io ho paura: è lui il capo dei guerriglieri.

L’operazione alla colonna dura nove ore, la lesione è molto grave. Per non parlare della frattura al polso, della lussazione alla spalla, del naso rotto e dei tagli in testa. Sostituiscono una vertebra disintegrata con un pezzo di cresta iliaca, l’osso del fianco; in realtà ci vorrebbero le placche di titanio, ma non sono disponibili e non posso aspettare che arrivino. L’unica controindicazione e che devo stare immobile, il collo deve rimanere dritto per tre mesi. Devono montarmi addosso un halo-vest: una corona avvitata a quattro assi di ferro, a loro volta avvitate al cranio. Il tutto assicurato a un busto di plastica dura che copre spalle e petto, arrivando alla bocca dello stomaco. Anche per l’halo bisogna aspettare qualche giorno, ma io il collo lo muovo. E l’unica parte del corpo che riesco a comandare in questo momento, e mordo i tubi che immettono aria nei miei polmoni. Decidono di farmi una tracheotomia. Decidono anche di farmi cadere in un coma pilotato, un coma farmacologico”.

 

 

(b.p.)

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