Grandi mostre. Manet, il ritratto della vita. A Londra

Manet: Raffigurare la vita. Royal Academy of Arts, Londra. 26 gennaio – 14 aprile 2013

Édouard Manet (Parigi, 1832-1883) non fu un pittore amato dai suoi contemporanei, i giovani impressionisti, certo, lo adoravano ma lui si rifiutò sempre di esporre alle loro mostre, aveva tanti amici e sostenitori Manet, e una famiglia, ma finché rimase vivo il riconoscimento alla sua arte non fu mai pieno; quei suoi personaggi, come appunti di vita presi in strada o nei bar erano bollati come volgari. Eppure fu proprio quel dipingere la vita a fare la grandezza di Manet, furono la sua impudenza e la sua tecnica rivoluzionaria piena di ombre e di pennellate rapide a renderlo un gigante della storia dell’arte, ma lui non lo seppe mai.

Cos’altro poteva dire, il buon borghese davanti alla nudità della prostituta Olympia che scruta lo spettatore senza lasciargli scampo, come poteva reagire se non trincerandosi dietro un feroce rifiuto, a cosa valeva la chiara ispirazione alla sublime Venere di Urbino di Tiziano davanti a tanta spudoratezza: “L’arte è caduta così in basso che non merita biasimo“, scrisse un critico a proposito dell’opera che, neanche a dirlo, fu maltrattata al Salon d’Automne di Parigi. Al Dejeuner sur l’herbe (nel 1863), uno dei pezzi forti della mostra, non andò meglio. Quel pic nic in cui due uomini vestiti e una donna nuda condividono le pietanze fu accolto con insulti.

Quando a 51 anni Manet morì, dopo aver patito atroci sofferenze e subito l’amputazione di una gamba in cancrena come effetto collaterale della sifilide; il riconoscimento atteso da una vita non tardò ad arrivare ma era tardi. Ed oggi, malgrado l’impressionante mole di scritti sulla sua opera, malgrado le mostre e le migliaia di pagine che la critica gli ha dedicato, la sua arte resta per molti versi preda del pregiudizio e del fraintendimento. Se ne dice certa Mary Anne Stevens, curatrice della mostra alla Royal Academy: “E’ una figura enigmatica che in qualche modo si tende ad evitare. Ha generato molto materiale letterario ma in molti casi è materiale interpretativo e di seconda mano”. Per andare sul sicuro, la curatrice ha allora chiesto supporto a Larry Nichols, esperto del Museo d’Arte di Toledo, in Ohio, che ha trascorso cinque anni ad investigare Manet: “Senza di lui non si può capire la storia dell’arte dal 1850 in poi”, afferma categorico.

I RITRATTI

Con Edouard Manet il realismo e la modernità trovano il loro punto d’incontro, da quel momento comincia un’altra storia. E’ questo che la mostra di Londra ci racconta prendendo in esame una cinquantina di dipinti, e pastelli e fotografie provenienti da importanti collezioni pubbliche e private d’Europa, Asia, Stati Uniti.

E’ una mostra di ritratti, e la cosa detta così sembra semplice, ma visto che i ritratti li ha fatti Edouard Manet occorre necessariamente andare oltre, lanciare lo sguardo oltre il modello, oltre la pittura dal vero, perché il vero qui emerge ma non sempre. I modelli, loro sono indubbiamente reali e la mostra ce li propone in ordine tematico: L’artista e la sua Famiglia   (Suzanne Leenhof Manet e Leon Koella Leenhof), Manet e i suoi amici artisti (tra cui la cognata artista Berthe Morisot, Eva Gonzales, Claude Monet), Manet e i suoi amici scrittori e teatrali ( come Emile Zola, Zacharie Astruc , Theodore Duret, George Moore, Stephane Mallarmé, Fanny Claus); ecco poi i ritratti di stato (Georges Clemenceau, Henri Rochefort, Antonin Proust), e, infine, l’artista e i suoi modelli che comprende sia le amicizie femminili come Mery Laurent e Isabelle Lemonnier sia le modelle professionali, come Meurent Victorine.

Ma questa sfilata impressionante di volti e corpi presi dal teatro della vita vanno letti ognuno come una storia, ognuno con il suo carico di domande; la modernità di Manet è essenzialmente questa. La modernità che avanza con gli sbuffi di vapore che salgono dalla Gare Saint-Lazare di Parigi, quelli del suo celebre dipinto con la giovane donna seduta davanti alle ringhiere in ferro del ponte che si affaccia sui binari ferroviari. Guarda lo spettatore con una certa indifferenza mentre una bambina accanto a lei volta le spalle a osservare in basso il passaggio della locomotiva. A prima vista sembra una vignetta realistica, un’istantanea rubata alla vita e congelata per sempre nel tempo. Ma di vero non c’è nulla, le bambine vestite di bianco non si sporgevano mai dalle ringhiere coperte di fuliggine, e le brave mammine (o è una tata?) vestite di tutto punto, non sedevano mai su un gradino a leggere un libro.

Non è la coerenza narrativa che conta, non sempre almeno. A volte quello che conta è l’emozione allo stato puro, come nel ritratto di Berthe Morisot in preda al dolore per la morte di suo padre, un’opera raramente esposta. Manet l’ha dipinta con pennellate furiose, ad accentuare gli occhi infossati e le lacrime che vanno come a scavare le guance. E’ un capolavoro che annuncia l’espressionismo di Kokoschka con qualche decennio d’anticipo. E ovviamente c’è molto di più…

Informazioni mostra: www.royalacademy.org.uk (a.d)

 

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