Elezioni, qual è il posto della cultura?

Comincia così il monitoraggio di Daring sui temi della Cultura in tempi di campagna elttorale…

Con la presentazione delle ultime liste la campagna elettorale per le politiche del 24 e del 25 febbraio è ufficialmente partita. Superate – si spera – le schermaglie sulle alleanze future e passate, su nomi e candidature, volti nuovi e volti stagionati, su “discese ardite e risalite” è il momento di parlare di programmi. La priorità assoluta è una e solo una, concordano all’unisono i contendenti variamente battezzando l’urgenza economica come ripartenza, ripresa, sviluppo, crescita, rilancio… e se le idee sul come rimettere in azione un motore sgangherato restano ancora fumose, come sempre ci penseranno gli slogan a sciogliere i dubbi degli indecisi, considerando che uno slogan ben concepito, Pagnoncelli docet, vale anche due – tre punti percentuali.

 

Non è uno slogan ma una necessità che trova un ruolo proprio nel dibattito pubblico quella della tutela dei beni culturali e del paesaggio come fattore di sviluppo economico. Perché considerarla una priorità lo spiega bene, se ce ne fosse bisogno, la ricerca condotta da Giacomo Neri dell’università Cattolica di Milano affermando che la cultura in Italia genera il 2 per cento del Prodotto interno lordo (36 miliardi) e occupa 470mila persone. E non è abbastanza: nel Regno Unito, la cultura produce ricchezza per 78 miliardi (il 3,8% del Pil) e riesce a occupare 850mila persone grazie soprattutto a un’industria creativa fervidissima. In Francia, invece, proprio come da noi, è il patrimonio storico-artistico a trainare il settore che però produce, contro i nostri 36 miliardi, un Pil di 81 miliardi (il 3,4% di quello complessivo), mentre in Germania il Pil generato dalla cultura è al 2,5% (69,5 miliardi) e occupa oltre un milione di persone.

 

Sono dati sufficienti a ribadire anche ai più indecisi, come un patrimonio culturale come quello italiano debba assumere un ruolo centrale nelle strategie  economiche, ma il dibattito deve uscire dalle pagine dei giornali e diventare tema di confronto tra le parti, anche in questa campagna elettorale. Al momento i segnali che arrivano dalla politica sono scarsi o nulli, nelle varie tribune televisive il tema non è ancora emerso, chissà se emergerà mai perché, sia detto chiaramente, in una campagna tutta giocata in tv l’argomento non è di quelli che portano voti a valanga. Più facile lanciare appelli generici di ripresa e tagli alle tasse, ed è difficile dover ammettere, in piena crisi, che il turismo culturale non può più considerarsi marginale e che per rilanciarlo servono anche investimenti. Perché occorre accantonare la propaganda e dire che si daranno soldi anche ai musei mentre le fabbriche continuano a chiudere, la disoccupazione cresce, gli imprenditori piangono, la scuola boccheggia, la sanità languisce … Quale dei leader in campo avrà voglia, e coraggio, di parlare di più fondi alle soprintendenze, di terzo settore e di sgravi fiscali per chi investe in cultura?  In definitiva, quale dei leader in campo scommetterà sulla maturità degli italiani?

 

E intanto il Sole 24 ore rispolvera le 5 domande sulla cultura ai candidati premier  e il Fai ha appena lanciato le “primarie della Cultura” . Sarà un caso? A proposito di Fai, intervistata da Rai News,  Ilaria Borletti Buitoni, presidente autosospesasi del Fondo Ambiente Italiano e capolista nel collegio Lombardia1 per “Scelta Civica” alla Camera dei deputati, spiega le ragioni della “chiamata” di Monti: occuparsi di beni culturali e ambiente. E sottolinea la centralità che il tema riveste nei piani di un futuro governo guidato dal premier uscente.

Noi però da Monti, così come da tutti gli altri contendenti, aspettiamo proposte precise e circostanziate. Nostro compito monitorare (continua…) (a.d)

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