Andy Warhol, quei disegni dimenticati

Duecento disegni perduti del giovane Andy Warhol in mostra fino al 21 febbraio al Louisiana Museum. Non lasciatevi ingannare, non siamo sulle rive del Mississippi ma a 35 chilometri da Copenaghen

1949, un ventunenne di belle speranze e armato dell’umile ambizione di diventare una celebrità approda a New York dalla natia Pittsburgh. Il tempo di serigrafare lattine di zuppa, scatole di detersivo e volti di divi non è ancora arrivato, e per vivere fa l’illustratore per riviste di moda e per la pubblicità. Ma appena può disegna sul serio. E disegna, perché l’affinità di Andy Warhol è con la grafica più che con la pittura, e negli anni a venire questo “dettaglio” sarà fondamentale. All’inizio è ancora influenzato dagli insegnanti europei che l’hanno formato al Carnegie Institute, così nei suoi lavori l’evocazione è alle opere più conosciute di artisti tedeschi e austriaci come Grosz, Dix, Schiele e Klimt. Ma il giovane Andy ha un occhio troppo acuto per restare ancorato alla “presitoria”, gli anni ’50 sono entrati come un ciclone lasciando le ferite di guerra sedimentare negli strati profondi della società.

New York, i film, le fotografie, le riviste di moda e l’universo pittorico dei giornali diventano presto i modelli per soggetti che già annunciano l’universo mitico warholiano, gettando le basi per il prossimo decennio e per l’avvento della Pop Art. Ad affascinarlo è soprattutto la figura umana, “il tipo”: bambini innocenti in posture “fotografate”, gay e uomini in atteggiamenti macho, ragazze con espressioni sognanti, dive del cinema, signore borghesi e uomini con gli occhiali dagli sguardi introspettivi. Soggetti che Warhol cattura con linee semplici, in uno stile quasi minimalista e che riflettono la sensibilità e l’empatia di un giovane artista di talento molto prima che la fama lo afferrasse. E, prima che il mito prenda il sopravvento, ecco che l’artista sembra aver già effettuato la scelta definitiva, quella di mescolare cultura alta e bassa, la superficialità deliberata e l’impegno, in opposizione a quella felicità imposta dagli ottimisti anni ’50. Esattamente come farà al tempo della fama, alternando un a ritratto di Marilyn Monroe uno di Mao, uno spettro di morte alla “sacralità” di una zuppa.

L’ARCHIVIO RESUSCITATO

Aveva destato scalpore, nei mesi scorsi, la scoperta, in un cassetto della Fondazione Warhol, di 300 disegni impolverati. Risalivano agli anni ’50 e fino a quel momento erano stati evidentemente classificati di scarsa importanza. Il motivo è semplice, dopo la morte di Andy Warhol, avvenuta nel 1987, tutti s’erano esclusivamente dedicati al periodo “Pop” dell’artista, quello che sul mercato vanta cifre plurimilionarie, e trascurato quindi la fase giovanile del suo lavoro. Il risultato è stato che quei 300 disegni, pur regolarmente catalogati, sono rimasti dimenticati sin dal 1990. Al gallerista tedesco Daniel Blau, il merito d’aver riscoperto, nel 2001, la collezione; ha rilevato l’alto valore di quelle opere e alcune le ha anche esposte, nel mese di ottobre, alla Frieze Art Fair di Londra, riscuotendo un immaginabile successo. Da qui la mostra del Louisiana (www.louisiana.dk ) (a.d)

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