Gaber. Luci ed ombre nel tributo dei big della canzone italiana

Gaber, “Io ci sono”, la recensione. Cinquanta canzoni in tre cd, a cui si aggiungono altre 4 validissime bonus track ad un costo contenuto

Sono passati 10 anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber, artista che ha contribuito a fare la storia della musica impegnata. Per rendergli omaggio, nelle scorse settimane, è uscita l’immancabile raccolta-tributo di cover “... Io ci sono“. Cinquanta canzoni in tre cd, a cui si aggiungono altre 4 validissime bonus track ad un costo relativamente contenuto: intorno ai 20 euro, 17,99 per il download su iTunes.

Ricchissima la partecipazione di artisti che hanno voluto prestare la loro voce, e spesso rielaborare in originalissime composizioni: da Renzo Arbore sino alla PFM, da Davide Van de Sfroos sino a Franco Battiato, passando per Max Pezzali, Marco Mengoni, Luciano Ligabue, Patty Smith, J-Ax, Morgan…

Una raccolta, di certo non la prima retrospettiva di Gaber, basti citare la collezione 1970-2000 dal titolo “Con tutta la rabbia, con tutto l’amore“, in cui mancano alcuni capisaldi. Mancano, ad esempio, “Barbera e champagne”, “Lo shampoo”, “La nave”, “Riccardo”, solo per citare alcune delle canzoni gaberiane più canticchiate.

Analizzare tutte le 54 tracce, che ripercorrono cronologicamente la carriera pluridecennale del cantautore milanese, richiede tempo ed una buona preparazione musicale, sia dell’autore milanese sia degli stili di ogni singolo cantante che ha prestato la voce e, in alcuni casi, aggiornato i testi e la musica delle canzoni della raccolta.

Il primo consiglio da dare a chi inizia a godere (ci sono alcuni gioielli il cui ascolto, per un appasionato di musica non può lasciare emotivamente indifferente) questo monumentale album dovrebbe essere incisa a chiare lettere sulla copertina:  “lasciate ogni pregiudizio voi che ascoltate“.  Può sembrare banale, ma è necessario, perché nel disco ci sono tante (belle) sorprese e qualche (amara) delusione. Sì perché è universalmente noto che Franco Battiato sia un maestro a tutto tondo e nelle cover riesce sempre ad interpretare le canzoni rendendole sue, “rimasticandole” con il suo stile e trasformando brani mediocri in gioielli. D’altra parte ha inciso ben tre album di cover (i celebri Fleurs, da cui sono tratte anche le meravigliose “Canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni amore che vai” di De Andrè). Ed anche in questo caso riesce a portare una canzone poco nota di Gaber (e sinceramente con un bel testo, ma musicalmente non propriamente riuscita, a mio parere), “La parola io“, tratta dall’ultimo album “Io non mi sento italiano” e trasformarla in un’opera pienamente “battiatesca”.

Quello che non ti aspetti è sentire “Io non mi sento italiano” ed “Eppure sembra un uomo” in versione ska, ottimamente eseguite rispettivamente dagli Articolo 31 e da J-Ax. La carica di ritmo, e dei testi, fanno presagire il fatto che hanno le caratteristiche per coinvolgere il grande pubblico. Non mi meraviglierei di vedere, ad un concerto in uno stadio, migliaia di appassionati di rap “ritmare” la vecchia “Eppure sembra un uomo“, scritta da Gaber nel lontano 1968.

Altra bella sorpresa l’interpretazione di Emma di “La libertà“, eseguita a “piano e voce”; ancora, un buon esercizio di stile ne “Il grido” di Noemi; gradevole “Il corrotto” di Mario Biondi. Ma tutto impallidisce di fronte alla grinta di Enrico Ruggeri che rende “Un’idea” un brano 100 per cento rock, con batteria e chitarra elettrica a go go. Magnifica. Oppure la PFM, con “Quando è moda è moda” trasformata in un altro intenso, lungo (supera gli 8 minuti!) ed insuperabile arrangiamento (il concerto che fecero a fine anni ’70 con De André è entrato a far parte della storia della musica mondiale).

Sorprende l’ironia di Cesare Cremonini ne “L’orgia” e l’esecuzione (con tutti gli accenti a posto) di Max Pezzali di “Il comportamento” ed ancora Mango con “Verso il terzo millennio“.

Poi si trovano altri artisti che sono garanzia di qualità: Jovanotti con l’aggiornata “Si può“, Fossati con la sua “Illogica allegria“, Nannini con “L’attesa“, Finardi che canta “I reduci” e poi “I soli” versione Biagio Antonacci

Era naturale che Daniele Silvestri con “Il signor G nasce“, o Samule Bersani con “Il conformista” non deludessero le aspettative, così come Giulio Casale che si cimenta con “La festa” e la Pausini che canta (a dir la verità un po’ troppo con tono da maestrina predicatrice) “Non insegnate ai bambini“.

Ma la sorpresa la trovi quando certi interpreti, che mai avresti associato a Gaber, sono riuciti a trasformare e rendere accattivanti certe canzoni. Come non citare la versione in stile Bob Dylan de “I cani sciolti” fatta da Barbarossa, o “C’è un’aria” di Paola Turci, o il blues “Bassa pressione” di Davide Van De Sfroos, per non parlare poi de “Le mani” di Nada.

E poi non possono che venire i brividi sentendo la voce di Fabrizio De André in ben due canzoni: “Latte ’70” e “Buttare lì qualcosa“. In realtà non è “Faber”, bensì nel primo caso a cantare sono i Baustelle, mentre nel secondo è Cristiano De Andrè. Lucio Dalla ha invece interpretato “Torpedo blu“, un brano che sembra essere stato scritto appositamente per i virtuosismi del compianto Lucio.

Arriviamo ora a qualche canzone non riuscita. Arbore che canta “Non arrossire“, avrebbe di sicuro potuto azzardare più swing. La versione solo musicale di Paolo Jannacci di “Come è bella la città” è gradevole ma questo brano senza parole è come una Ferrari che va a 80 all’ora in autostrada… Ornella Vanoni, sempre più rifatta, sembra non riuscire più ad aprire la bocca quando canta “Le elezioni“. E Gigi D’Alessio trasforma in un melodramma napoletano la struggente “Ora che non sono più innamorato“. E nemmeno Massimo Ranieri valorizza “Porta Romana“, né BaglioniLe strade di notte“. “La ballata del Cerutti“, canzone milanese cantata dal professor  Roberto Vecchioni avrebbe potuto emozionare forse di più.

E si arriva alle grandissime e cocenti delusioni: i Negramaro che cantano “Quando sarò capace d’amare” e Marco Mengoni che si esibisce in “Destra – Sinistra“. Nel primo caso si è ben lungi dalla bella cover di “Meraviglioso” di Modugno di qualche anno fa, mentre nel secondo vi è un completo abbandono all’esecuzione completamente distaccata dal significato ironico del testo. E’ come se Mengoni stesse cantando “Nella vecchia fattoria” sulle note del “Va pensiero” pensando a “Quando finisce un amore” di Cocciante. Se riuscite a resistere per i 5 minuti di brano avete tutta la mia ammirazione e stima.

Chiudo questa lunga recensione della “raccolta” con tre capolavori: “Qualcuno era comunista“, in versione Ligabue, “La strana famiglia” di Gian Piero Alloisio e  “L’odore” della Bandabardò. Nel primo caso il rocker di Correggio rinnova il testo del monologo e lo musica dopo una breve introduzione personale e molto autoironica (“Ma comunista in che senso?” chiede al termine dell’intervista che simula all’inizio del brano). Per chi si ricorda la carriera da regista del Liga non può che associare questo monologo a quello di Radiofreccia. Gian Piero Alloisio riscrive ed attualizza “La strana famiglia“, selvaggia satira sul mondo della tv. Ecco allora che la trans Cocò ha un trionfo a Ballarò, i nipotini “due voci atroci, che sotto la doccia cantavan felici, gli han presi subito per fare Amici“, per non parlare del povero nonno Renato “che ha le emorroidi da quando è nato” e “ad Elisir l’hanno operato (in diretta)“. Ultima nota un bellissimo brano – monologo: “L’odore“, eseguito con la giusta ironia, l’ottimo stile musicale e la giocosità tipica del gruppo Bandabardò. Questi ultimi tre brani, da soli, giustificano l’acquisto dei tre cd. (Luca Ciurleo)

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