Intervista. Fulvio Grimaldi, lo sguardo “altro” sul mondo

E’ la politica internazionale la grande trascurata dai media italiani. Sappiamo ben poco di cosa accade altrove, ma sappiamo tutti che influenzerà le vite di ciascuno. Ne parliamo con Fulvio Grimaldi

Nell’epoca in cui imperversano costosissimi master e corsi di perfezionamento, che, sostituendosi di fatto al lavoro, ardiscono ad addestrare giovani e rampanti giornalisti in erba al mestiere che Sartre definiva “il più bello del mondo”, la magnifica professione, nonostante tutto, mantiene intatto il suo fascino anche grazie all’opera di giornalisti che hanno fatto scuola per davvero e hanno raccontato la Storia avendola vista e vissuta.

Fulvio Grimaldi è uno di questi. Quarant’anni di carriera tra radio (BBC a Londra) e varie testate giornalistiche (Paese Sera, Giorni-Vie Nuove, Abc) e dal 1986 alla RAI, soprattutto come inviato di guerra. Ha raccontato le vicende delle guerre in Jugoslavia (di cui ha fortemente contestato la visione unilaterale dell’informazione ufficiale, ritenendola antiserba e filocroata) e la Bloody Sunday a Derry nel Nord Irlanda del 1972.

Lasciata la televisione di stato nel 1999, ha scritto fino al 2003 sul quotidiano Liberazione, curando la rubrica “Mondocane” (titolo anche di un suo libro). Attualmente si dedica all’autoproduzione di video-documentari su conflitti, crisi globali e politica internazionale, in cui spiccano le sue posizioni filo palestinesi e il sostegno ai processi di integrazione atto nell’America Latina. È stato grande amico dell’intellettuale, recentemente scomparso, Gore Vidal, grande contestatore della politica imperialista degli USA.

 

Una vita dedicata a raccontare la Storia osservata in maniera autoptica e vissuta sulla pelle. Qual è stata la molla che l’ha spinta a intraprendere questo percorso?

 Forse l’esperienza della guerra mondiale vissuta da bambino fra Italia e Germania e che ha inciso in me una profonda consapevolezza della tragedia, della sofferenza e dell’ingiustizia della guerra. Con il conseguente desiderio di riviverla per raccontarla in termini non manipolati e falsificati, dalla parte delle vittime. Che poi, opponendo resistenza in certe occasioni, diventava lotta di liberazione da sostenere con emozione pari al dolore per le vittime dei soprusi.

Gore Vidal, Suo grande amico, è stato tra i massimi contestatori dell’imperialismo americano, una voce possente fuori dal coro. In che misura stimerebbe l’importanza della testimonianza e delle sue opere?

Gore Vidal, conosciuto quando ero direttore del quotidiano “Lotta Continua” e sostenitore dell’organizzazione, è stato il primo illustre intellettuale statunitense che io abbia sentito criticare l’assetto del suo paese e stare dalla parte degli aggrediti e di chi sceglieva vie antagoniste. Credo che il suo merito principale sia stato aver capito e spiegato che i due partitoni Usa non erano che le due facce della stessa medaglia: l’espressione, da presentare in falsa alternativa, di un complesso di potere superiore, corrotto, sfruttatore, guerrafondaio. Il limite della visione di Gore era che si immaginava fosse esistita un’America migliore, democratica, pulita, solidale, che fin dallo sbarco dei puritani non c’è mai stata.

Ritiene che le idee e le critiche che espresse Vidal potrebbero essere rivolte anche all’Europa, che tutto sembra fuorché un’Unione?

Alla grande! In posizione subordinata e competitivamente avversata dagli Usa (attacco all’economia europea e all’euro), l’Europa è la gamba sinistra del mostro finanziario  globale che punta alla dittatura mondiale dell’1%, cui sta venendo trasferita la ricchezza di tutti gli altri, attraverso guerre sociali interne e guerre con missili all’esterno. E’ un’Europa da demolire.

Pensa che ci sia un altro Gore Vidal al giorno d’oggi? E se non ci fosse, quanto sarebbe importante avere altre personalità di simile caratura intellettuale?

Di Gore Vidal, e anche meglio, è pieno il mondo, soprattutto non occidentale. Un Gore collettivo sono anche i milioni di ragazzi di Occupy Wall Street, e tante voci della sinistra non rappresentata in Europa. Pensiamo a George Galloway nel Regno Unito a Noam Chomsky negli Usa. E se avessimo ancora un Che Guevara?

Lei è stato l’unico testimone italiano della strage di Derry, la “Bloody Sunday” del 1972 nell’Irlanda del Nord. Che cosa ricorda di quella tragedia?

Ovviamente tutto, anche perchè ne ho scritto e riscritto e ne continuo a vedere e diffondere le immagini e il racconto. Ricordo in particolare la mistificazione che ne hanno fatto tanti compassionevoli cineasti e scrittori quando hanno negato, o sorvolato, sulla responsabilità diretta del governo di Londra, che ha pianificato e ordinato la strage. Sul piano umano, ricordo come, nella notte buia e tempestosa dopo i fatti, i ragazzi dell’IRA e Martin McGuiness, comandante, mi sottrassero alla caccia fatta a me e ai miei materiali audiovisivi dai britannici, portandomi di notte per vie segrete oltre il confine, nella Repubblica, dove potei far pubblicare a giornali e tv la verità sull’eccidio. Peccato che McGuiness, ora al governo del Nord insieme ai fascisti unionisti, si sia un po’ scordato degli obiettivi di allora.

Rimanendo alla questione irlandese, l’IRA ha annunciato da tempo il “cessate il fuoco”. Crede che permangano ancora forti spinte autonomiste che puntano all’unificazione dell’Isola Verde?

Le chiamerei spinte separatiste dalla Gran Bretagna, per rimediare al torto subito con la spartizione dell’isola tra Eire e la colonia del Nord. Rifacendomi a quanto sopra, le scelte di McGuiness e di Jerry Adams non mi risulta siano condivise appassionatamente da una popolazione repubblicana, pur stanca e logorata da 30 anni di lotta. Tanto meno lo sono da chi, nell’Ira, non ha rinunciato alla lotta e ha costituito nuove formazioni IRA che perseguono l’obiettivo storico e sacrosanto della riunione di tutti gli irlandesi, fuori dalla morsa dei colonialisti britannici.

Tra due anni la Scozia indirà il referendum sull’indipendenza dal governo di Londra, rivendicata ampiamente anche dal Galles. Ha ancora ragione di esistere l’unità politica della Gran Bretagna?

Credo che le nazioni plurinazionali, plurietniche e pluriconfessionali, siano contrassegnate da principi, più o meno osservati, di laicità, uguaglianza, coesistenza, rispetto reciproco, solidarietà: Iraq, Jugoslavia, Siria, Libia, Vietnam. Non sempre. Vi sono Stati pluralisti in cui una parte si impone sulle altre: Londra su Scozia, Galles, Irlanda, Israele sui palestinesi, Turchia e curdi, Spagna su Catalogna e baschi… Stati in cui vi è una presenza coartata che, pure, vanta identità storiche e culturali che, appunto perché represse, ambiscono a una configurazione identitaria. Non sono amico dei separatismi identitari. Dipende dal segno, regressivo o progressivo, che l’istanza di massa si dà. In ogni caso, qualunque separatismo frantumi potenze arroganti e aggressive, è benvenuto.

Spostandoci nel Mediterraneo, come immagina il futuro della Libia nell’epoca post Gheddafi?

E’ un futuro in atto fin dal primo giorno di una rivolta integralista e filo-capitalista programmata da tempo e condotta dall’inizio con l’apporto di mezzi, armi, fondi, mercenari, della Nato, del califfo neo-ottomano di Istanbul, delle petrodittature del Golfo. Oggi la Libia sta come stanno, dopo l’invasione, la devastazione, l’occupazione, paesi come Iraq, Serbia, Afghanistan: mille volte peggio di prima dell’arrivo della “democrazia”. La Libia e l’Iraq, datisi una forma di Stato evidentemente accettata per decenni e rispondente ai desideri e alle necessità, di quei popoli antichi e colti, erano le nazioni guida, politicamente e culturalmente, le più eque socialmente, le più laiche e progredite delle rispettive regioni. Oggi sono impoverite, deculturizzate, irrilevanti geopoliticamente, terre di scorrerie di bande rivali per la spartizione del bottino risparmiato dai predoni multinazionali.

La Siria sembra sprofondare sempre di più in un baratro di sangue e massacri senza fine. Perché non si è ancora fatto nulla, concretamente, per fermare questa strage? A chi giova questa situazione?

Nato e petromonarchie del Golfo stanno facendo di tutto, fomentando finte rivolte e infiltrando mercenari dell’integralismo islamico, per continuare questa strage, non per fermarla. E’ Assad e il popolo siriano, che ho visto nella sua grande maggioranza unita al suo governo, difendendosi da un’aggressione colonialista e oscurantista, che tentano disperatamente di fermarla. Si veda in proposito il mio film “Armageddon sulla via di Damasco”. Contrariamente a quanto ci racconta il menzognificio della stampa asservita al colonialismo occidentale, il quale cerca di riprendersi quanto le lotte di liberazione del ‘900 avevano restituito ai legittimi proprietari, la Siria era rispettosa di tutte le sue minorane e della volontà del popolo. Il massacro siriano è stato ordito dagli Usa fin da molti decenni fa. Non si vuole che in Medioriente sopravviva un paese laico, progressista, antimperialista, mille volte più democratico delle satrapie arabe e non piegato da Israele. E’ quanto confermano non solo i media siriani, che si cancellano, ma anche quelli del mondo non sottoposto all’egemonia occidentale.

Crede che la polveriera siriana rischi di accentuare le già forti tensioni in Medio Oriente?

La polveriera siriana, creata e innescata dai revanscisti del vecchio colonialismo sconfitto, è solo il detonatore dell’aggressione all’Iran, ultimo Stato islamico sovrano e non obbediente all’Occidente. Sono tutte guerre che, con la scusa della democrazia e della “lotta al terrorismo”, puntano allo scontro con Russia e Cina e, dunque, a un dominio totalitario mondiale. Siamo in mano a una cosca di guerrafondai famelici e psicopatici.

In un simile contesto, secondo Lei, che ruolo avrà la Giordania, in bilico tra posizioni moderate e correnti estremiste?

Bisogna intendersi su cosa s’intenda per “moderato” e per “estremista”. La Giordania, staterello artificiale creato dai britannici, sotto una monarchia quasi assoluta, è una pedina angloamericana in Medioriente. Al suo interno si muovono sia correnti islamiste, sia forze nazionali, laiche e progressiste che vogliono sciogliere la sudditanza a Usa e Israele. Attualmente, con truppe inglesi e statunitensi stanziate sul suo territorio e pronte all’invasione della Siria, è perfettamente inserita nei disegni di conquista occidentali.

Infine, sulla base della Sua esperienza umana e professionale, qual è il Suo giudizio sull’operato della RAI nel panorama del giornalismo e dell’informazione radiotelevisiva?

Nella RAI sopravvivono nicchie di resistenza per un giornalismo onesto, coraggioso, non teleguidato da partiti, Chiesa, forze economiche. Verranno gradualmente eliminate. A fingere un giornalismo libero resteranno trasmissioni false e ipocrite come quelle di Fazio e della Gabanelli, strumenti ambigui della strategia di intossicazione generale. Tutto il resto, dai tg ai talk show, dallo spettacolo alla scienza, è sotto il controllo politico e culturale delle destre reazionarie ed è di qualità infima. L’anno nero per la Rai, specie per il TG3, nel quale lavoravo, venne con il governo D’Alema, nel 1998, che impose quella che si chiamava “normalizzazione”. Poi, con Berlusconi, ci fu il diluvio. Oggi, per avere un’informazione corretta e libera bisognerebbe rivolgersi ai media latinoamericani, asiatici, del Sud del mondo. Purtroppo gli italiani  non studiano l’inglese e così restano al buio.

 (Matteo Trucco)

 

 

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