Nel 1968 l’editore Mazzotta dà alle stampe “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto”, una serie di approfondimenti teorici nei quali Gillo Dorfles non solo descrive il concetto di kitsch in tutte le sue articolazioni ma per primo contribuisce alla sua definizione, ci aiuta a comprendere cos’è il cattivo gusto, come nasce e come si afferma nell’arte moderna ed esamina al contempo vari aspetti del kitsch, dalle riproduzioni dozzinali di opere d’arte alla “musica di consumo”, dal cinema alla pubblicità, dal design all’architettura.
Potremmo sintetizzare che il kitsch è la negazione delle qualità, quando Dorfles afferma che alcuni capolavori della storia dell’arte come il Mosé di Michelangelo, la Gioconda di Leonardo sono “divenuti emblemi kitsch perché ormai riprodotti trivialmente e conosciuti, non per i loro autentici valori ma per il surrogato sentimentale o tecnico dei loro valori”.
Con le avanguardie immagini di capolavori della storia dell’arte sono stati consapevolmente trasformati in “ricercate opere” kitsch, ironiche, provocatorie, scandalose: è il caso di L.H.O.O.Q., 1919, il celebre ready made ritoccato da Marcel Duchamp, versione con barba e baffi della Gioconda di Leonardo, dal titolo dissacrante (pronunciando il nome delle lettere in francese si ottiene la frase “elle a chaud au cul”).
E mentre si lungo un corridoio pavimentato da 5000 immagini del kitsch quotidiano, agli esempi di cui sopra è dedicata la prima parte della mostra, che presenta, appunto, “autori, i quali volutamente usano citazioni kitsch” come Adriana Bisi Fabbri con Salomè di fronte (passo di danza), 1911, e Salomè a tergo (Mossa di danza), 1911, che rappresenta il personaggio biblico con rotondità paradossalmente eccessive; Alberto Savinio che con Penelope, 1933, rivive con ironia il mito classico; Gianfilippo Usellini che con Donna con la coda, 1970, riporta con ironico paradosso a una primitiva condizione animale; e ancora Enrico Baj che con Madame Garonne, 2003, assembla materiali diversi per denunciare la corruzione del gusto causata dalla cultura del prodotto industriale. Infine tre opere di Salvador Dalì tra i portabandiera degli ironici ispiratori del fenomeno.
Passo successivo sono gli autori deliberatamente kitsch. Afferma Gillo Dorfles: “qui vediamo alcuni artisti contemporanei che, intenzionalmente, creano opere con elementi che fanno riferimento alla cultura del kitsch”
Tra questi Luigi Ontani, che con l’opera Er ciclopercurione, 1990, manipola con ironia suggestioni da differenti culture, linguaggi e tecniche espressive; Antonio Fomez con Michelino, 1966, ispirato alla Pop Art; Felipe Cardeña che con i suoi collage policromi presenta composizioni kitsch che sovrappongono fiori e frutti ritagliati da riviste; Leonard Streckfus coi collage in cui personaggi storici sono ritratti con ironia nella vita quotidiana; Limbania Fieschi con il suo gusto kitsch americaneggiante; Carla Tolomeo con le sue sedie sculture; Mario Molinariche nelle sue sculture accentua e deforma grottescamente parti anatomiche di esseri umani e animali e le teatrali composizioni
di legno, stucco, resina e oggetti vari di Vannetta Cavallotti. Infine l’omaggio ironico a Salvador Dalì del Cracking Art Group attraverso la fusione di materie plastiche e foto e The Bounty Killart che crea sculture di gesso fortemente satiriche.
Una sala, infine, è dedicata all’artista olandese, naturalizzato italiano Rutger (Rudy) Van der Velde, giornalista, grafico pubblicitario, illustratore e artista che ha creato assemblaggi ironici e ludici con materiali eterogenei, oggetti superflui provenienti dalla nostra società consumistica. La mostra si chiude con l’ultima grande sala nella quale si trova una vera e propria giostra di oggetti kitsch di artisti anonimi, che sono citazioni e riproduzioni del kitsch oggi.
“Come sempre, sono l’intenzione e la consapevolezza, sia rispetto all’utilizzo delle tecniche sia nei riguardi dei contenuti, che trasformano un oggetto, una forma, ma anche un comportamento, in un’opera, in un linguaggio che sentiamo veri e autentici. Se non esiste la dimensione culturale, ogni forma d’arte è destinata a cadere nella trappola di un kitsch più o meno consapevole. La vera arte non è mai “maliziosa”; il kitsch lo è, e questa è la sua essenza. È necessario conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, senza farsi mai prendere la mano. Perché il cattivo gusto è sempre in agguato”.
Informazioni mostra: www.triennale.org
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