La mostra monografica dedicata a Renzo Vespignani, ha il fine di ripercorrere il lungo iter creativo di una delle figure di spicco dell’arte italiana del XX secolo, una figura che da sempre si è contraddistinta per aver saputo far convivere nelle sue opere le grandi capacità tecniche e una profonda e attenta coscienza del suo tempo. La sua arte costituisce nell’insieme, un’importante testimonianza su cinquant’anni di storia italiana, dalla miseria della guerra, alla speranza della ricostruzione e della rinascita, dai miti della società dei consumi, al clima di degrado etico ed esistenziale seguito al crollo degli ideali di rinnovamento sociale.
La mostra conterrà circa cinquanta dipinti e un numero analogo di disegni e incisioni, accompagnati in ogni sezione da documenti e fotografie d’epoca. Il percorso espositivo segue un tracciato cronologico: dall’esordio a Roma del secondo dopoguerra, intorno al 1945, a seguire le opere che lo vedono protagonista di spicco del Neo-realismo pittorico. Si attraversano gli anni dal 1959 al 1964, ai quali è dedicata una sala dell’esposizione, con le celebri Periferie e i quadri ispirati a via Veneto e alla “dolce vita”. Si arriva al momento drammatico ed esistenziale delle Anatomie e degli interni e infine, nelle ultime due sale, all’importante stagione pittorica della maturità con i grandi dipinti Imbarco per Citera, Album di famiglia, Tra due guerre, Come mosche nel miele, Manhattan transfer.
Di lui ha detto lo scrittore Pierapaolo Pasolini:
“Per uno scrittore, almeno apparentemente, parrebbe più facile il far coincidere i due momenti di razionalizzazione: quello stilistico e quello ideologico. Assunto il mondo popolare come oggetto, magari solo di pura denuncia o di dolorosa descrizione, egli avrà sempre la possibilità della “mimesis”, in cui far rivivere nella sua vita, far parlare nella sua lingua, quel mondo. Il pittore ha fermo, nelle sue linee esterne, davanti a sé, quel mondo: i luoghi dove il proletariato lavora, soffre, ha le sue disperate allegrie, i suoi tremendi grigiori, le sue tristezze senza fondo: riprodurlo significa necessariamente giungere a una contaminazione stilistica”
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