A San Pietroburgo è in corso, fino al 6 luglio, la riunione della Commissione Unescoper il patrimonio mondiale. Tra le decisioni che saranno prese, c’è quella d’inserire nell’elenco dei
beni patrimonio dell’umanità 31 nuovi siti in tutto il mondo, una classifica basata sul “valore universale ed eccezionale” dei luoghi (per l’Italia si vaglia il paesaggio vinicolo delle Langhe, Roero e Monferrato). L’Autorità palestinese, che per l’irritazione di molti stati membri – tra cui Israele e Usa - è entrata eccezionalmente nell’Unesco lo scorso ottobre pur non essendo membro delle Nazioni Unite, in occasione del consesso annuale ha chiesto alla Commissione d’inserire in elenco la Chiesa di Betlemme con procedura d’urgenza, questo perché il monumento correrebbe seri pericoli, a causa della “decadenza e del degrado” degli edifici. Sarebbe questo il primo atto formale dei palestinesi presso l’Unesco dal momento della loro, contrastata, ammissione. Ma Israele dice “no” e denuncia un maneggio politico, basandosi sul fatto che un gruppo di esperti avrebbe respinto la richiesta spiegando che nessun pericolo immediato minaccia l’edificio. Effettivamente i membri del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti (ICOMOS) hanno reso un parere negativo, ritenendo che la questione deve essere adeguatamente preparata, e le minacce al sito devono essere oggetto di approfondimento. Fermo restando che la commissione può decidere contro il parere dei tecnici, i palestinesi, dal loro canto, gridano al complotto accusando il comitato di esperti di essere politicizzato e manipolato da Israele.
E’ una questione politica, da qualsiasi parte la si voglia guardare, ma di mezzo c’è il futuro di un sito che per la Cristianità è imprescindibile. Già nei mesi scorsi i Francescani custodi della Basilica avevano espresso i propri timori per un possibile uso politico del sito. Per gli israeliani e palestinesi, infatti, si tratta solo di affermare le rispettive sovranità reali, o presunte che siano. Comunque in quelle terre la classificazione dei siti archeologici e religiosi è una questione politicamente sensibile. La Grotta dei Patriarchi a Hebron e la Tomba di Rachele vicino a Betlemme sono state recentemente classificate da Israele come parte del suo patrimonio nazionale, ma l’Autorità Palestinese s’è appellata per questa decisone proprio all’Unesco.
E questa non è la prima volta che la Chiesa della Natività diventa un problema di politica internazionale. Nel XIX secolo, la stella d’argento a quattordici punte che segna il luogo della nascita di Gesù era stata rapita dai greco-ortodossi con la complicità della Russia zarista. Il caso, in un contesto di rivalità tra Francia e Russia, fu uno dei fattori scatenanti della guerra di Crimea nel 1853. In tempi più recenti, nel 2002, in piena Intifada, centinaia di militanti palestinesi si rintanarono nella chiesa di Betlemme per sfuggire a un’operazione dell’esercito israeliano. La basilica rimase assediata per quaranta giorni dalle forze israeliane prima che si giungesse all’accordo per evacuare la chiesa in cambio dell’esilio di alcuni degli attivisti.

L’altalre principale, con la stella che segna quello che secondo la tradizione è il luogo in cui nacque Gesù
Da allora, la Chiesa della Natività coi suoi due milioni di turisti è tra i luoghi più visitati di Terra Santa ed anche per questo richiede una costante manutenzione, e restauri continui. D’altronde è una delle chiese più antiche e significative del mondo. L’edificio originario, costruito sopra il luogo di nascita di Gesù risale al IV secolo, ed è miracolosamente scampato alle invasioni e alle distruzioni che hanno regolarmente devastato la Terra Santa. Restaurato dai Crociati, un convento e una chiesa armena cattolica sono stati affiancati nel tempo all’edificio principale.
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