Il problema è che sono troppo convinti che il cinema sia cosa loro, la Francia come madre nobile della settima arte, Hollywood come regno dell’inarrivabile. E dopo la grande stagione negli States (con gli Oscar a The Artist ma non solo) in Francia s’era come diffusa la convinzione di poter e dover ricambiare, tanto per consolidare le posizioni e non scontentare l’industria di celluluide. Altrimenti che senso avrebbero i sei film americani in concorso (sono sei se includiamo Cronenberg)? Le Monde non usa mezzi termini, il tono è piccato, la scelta di Moretti di non premiare nè americani nè francesi, sarebbe particolarmente “crudele” e cita due registi che avrebbero meritato di più per il loro coraggio: Audiard e Leo Carax. Persino Liberation, da sempre giornale pronto a elogiare Moretti, parla di film dimenticati (Cosmopolis, In another country, Vous n’aver encore rien vu), di spirito “poco avventuroso“, di “accademismo“… E Brad Pitt non nasconde la delusione, in un’intervista a Giovanna Grassi sul Corsera, pur ammettendo (e co mancherebbe altro) che la giuria è sovrana, si lancia in un’accesa difesa del cinema americano. Moretti? “… comunque molti giovani attenti al cinema europeo negli Usa conoscono Moretti e parlano dei suoi film“, dice – e il tono sembra improntato a una certa sufficienza. Già, perché negli States del cinema che fanno gli altri non importa niente a nessuno, l’Oscar al film in lingua straniera è qualcosa di serie B, e in particolare il cinema europeo – tranne eccezioni – è da cinefili. E se il francese The Artist ha sbancato agli Oscar è perché è un tuffo nostalgico nell’epoca d’oro di Hollywood, tutto qui. In compenso – come ammette lo stesso Pitt, in gara con Killing Them sotfly di Dominik, film da lui interpretato e prodotto – ci tocca sorbirci la svalangata di storie americane più o meno ben concepite, da Dominik ad Andreson a Hillcoat a Nichols ” hanno raccontato storie radicate nella cultura americana, in Stati diversi, in epoche diverse“.
Qui non si tratta più di alimentare il solito fuoco anti-hollywoodiano, piuttosto di difendere altri canoni, altre ispirazioni, altri pensieri, altri modi di concepire il cinema. E questo dovrebbe essere il compito dei festival. Nanni Moretti ha assolto al suo dovere sino in fondo, superando le logiche di botteghino e i “buoni rapporti” di Cannes coi presunti padroni del cinema. Chi sarà l’anno prossimo il presidente di giuria? Si potrebbe scommettere su un inglese…
© Riproduzione riservata



