Mostre imperdibili. Arturo Ghergo, il pioniere del glamour

ARTURO GHERGO. FOTOGRAFIE, 1930-1959 a cura di Claudio Domini e Cristina Ghergo – Palazzo delle Esposizioni, Roma fino all’8 luglio 2012.

Non esisteva ancora Photoshop quando Arturo Ghergo nel suo studio di via Condotti trasformava dive, contesse e principesse in donne dalla pelle diafana, avvolte in una luce mistica e irreale. La mostra di Roma (qui per approfondimenti – qui per la galleria fotografica) è un viaggio in un sogno di tanti-pochi anni fa.

Ghergo fu tra i primi fotografi Italiani a fare del ritratto fotografico un genere unico: gli occhi brillano, le pelle diventa diafana ed incandescente, col suo tocco tutto è glamour e patinato. Arturo Ghergo, che ebbe tra i suoi riferimenti Eduard Staiken, decano della fotografia di moda,  nulla concedeva al caso e costringeva le sue modelle a sottoporsi ad estenuanti sedute perché scattava solo quando coglieva quel momento di totale abbandono allo sguardo dell’altro, quel momento che può rendere ogni donna una  divina. E di divine ne ha fotografate molte Ghergo, non c’è attrice del tempo che non abbia avuto il suo ritratto firmato. In un’Italia provinciale, quella degli anni Cinquanta, il divismo cominciava a muovere i primi passi e il termine glamour non era ancora ben percepito, prima che il fotografo desse forma alle sue immagini interamente costruite con il sapiente uso della luce. La luce per lui era tutto, creava ombre inesistenti ed accentuava zone del viso per rendere magica l’atmosfera, più che fotografie le sue furono visioni pronte a trasmettere l’ idea di una perfezione impossibile, di una bellezza ultraterrena fatta di fascino sofisticato. Altere immagini quelle di Ghergo, che inaugurano la stagione della fotografia glamour italiana. Grande collaboratore di Arturo Ghergo fu Antonio Bosco a cui il maestro affidò il compito, difficilissimo, di correggere e ritoccare le fotografie . Il figlio Stefano Bosco racconta: “Mio padre passava intere ore in camera oscura e con l’uso sapiente degli acidi distendeva la pelle, togliere difetti e accentuava luci ed ombre, con un pennino poi raschiava e correggeva ogni sorta d’imperfezione perché l’ effetto cercato da Ghergo era quello della perfezione assoluta“.

Una vera bottega del fascino e del patinato quella di Ghergo, una piccola industria artigianale al servizio dell’idea di una perfezione, forse irreale, ma che regalava sogni ad un’Italia che guardava al mito dell’America lontana e intanto iniziava a costruire la sua industria cinematografica, le sue dive, la sua rinascita. (Virginia Zullo)

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