Mostra imperdibile. “Sorolla. Giardini di luce”, a Ferrara

E’ stato un esponente di spicco della Belle Epoque, un ritrattista celebre come John Sargent e Giovanni Boldini. Eppure la mostra che si apre oggi […]

E’ stato un esponente di spicco della Belle Epoque, un ritrattista celebre come John Sargent e Giovanni Boldini. Eppure la mostra che si apre oggi a palazzo dei Diamanti di Ferrara è la prima dedicata, in Italia, a Joaquin Sorolla, pittore spagnolo scomparso nel 1923 a sessant’anni. Oggi è considerato una delle personalità più affascinanti del panorama artistico iberico in quel periodo cruciale, tra Ottocento e ‘900, segnato dalla diffusione delle poetiche impressioniste e simboliste.

L’esposizione “Sorolla. Giardini di luce” sarà visitabile sino al 17 giugno. Quindi toccherà ai musei de Bellas Artes di Granada (dal 29 giugno al 14 ottobre) e Sorolla di Madrid (dal 29 ottobre al 5 maggio 2013).

Grazie a una selezione di una sessantina di dipinti e a un piccolo nucleo di disegni e di documenti, che daranno vita a un racconto avvincente, sarà messo a fuoco un momento decisivo della sua parabola creativa: la piena maturità.

In questa fase della sua carriera, all’apice della notorietà e con continui incarichi ufficiali, il maestro valenciano sviluppò una produzione originale caratterizzata da un linguaggio raffinato. La rassegna indagherà questo processo d’introspezione e questa ricerca di essenzialità, e approfondirà il rapporto intercorso con Boldini e la sua capacità di restituire sulla tela l’incanto della luce grazie anche alla “lezione” di Diego Velázquez e del paesaggismo nordico e francese del secolo XIX.

I visitatori saranno accolti da una serie di ritratti della famiglia del pittore nella cornice di aree verdi con fontane: in capolavori come “María vestita da contadina valenciana”, “Saltando con la corda” e “Guardando i pesci”, le figure si fondono nell’atmosfera sfavillante di pennellate di colore puro, disegnano sagome sinuose e  sembrano quasi venire assorbite da giochi di riflessi.

La seconda parte sarà poi incentrata sulla “scoperta” dell’Andalusia dove soggiornò ripetutamente tra il 1908 e il ’18. La suggestione ricevuta da quei luoghi e dall’incontro con quella cultura millenaria fu così forte da segnare la sua immaginazione e da condurlo a un progressivo passaggio dal naturalismo alla ricezione di risonanze simboliste. E se la catena montuosa della Sierra Nevada gli offerse materia per visioni liriche e cristalline, lo studio di soggetti andalusi (da “Joaquína la gitana” al più spettacolare “Patio de artistas del Café”) regalò interpretazioni lontane dagli stereotipi del folklore locale.

Sotto i riflettori, parallelamente, le “messe in scena” con tagli fotografici delle donne che catturarono il suo interesse, e i giardini islamici della fortezza dell’Alhambra e dell’Alcazar di Siviglia, che lo ispirarono profondamente come dimostrano  alcuni dipinti che immortalano tutto il fascino di posti appartati e a un tempo solenni. In queste composizioni, da cui è bandita la presenza umana, le architetture vegetali, i marmi, le ceramiche, le fontane e la luce danno vita a una polifonia di forme, colori, suoni e profumi.

 

Un’esperienza che culmina nelle opere ispirate al giardino della nuova casa di Madrid. Molte le energie spese per costruire questo angolo verde di segreta bellezza concepito sul modello di quelli di Siviglia e Granada, arrivando perfino ad importare dall’Andalusia fontane, ceramiche, colonne, statue, alberi da frutto e piante ornamentali, con una passione che ricorda quella profusa da Claude Monet nel suo stagno di ninfee a Giverny. (Marco Fornara)

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