Cacciari racconta Dante a Libri Come

È una non-inaugurazione, perché in una festa non ci sono gerarchie, soprattutto se la letteratura parte “dal basso”: dallo sguardo curioso, emozionato, indagatore dei lettori. […]

È una non-inaugurazione, perché in una festa non ci sono gerarchie, soprattutto se la letteratura parte “dal basso”: dallo sguardo curioso, emozionato, indagatore dei lettori. Non a caso il simbolo di questa terza edizione di Libri Come è un paio di occhiali: libri da indossare, per vedere il mondo con altri occhi. E lo sguardo, nella prima giornata della Festa del libro e della lettura, spazia davvero: dalla filosofia all’arte, dall’impegno alla suggestione. Per raccontare il libro come una magia, perché – come spiega Carlos Ruiz Zafòn – “catturare l’attenzione degli altri è come entrare nel loro cervello e cambiare i mobili e le tende. Una sensazione impagabile”.

 

È il filosofo Massimo Cacciari, in una Sala Petrassi strapiena, ad aprire idealmente la manifestazione, trasportando il pubblico alle origini della nostra lingua figurativa e letteraria. In Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto, Cacciari racconta la “contemporaneità” di due “grandi fabbri del linguaggio letterario e artistico, che mediano contenuti alti con un linguaggio volgare e umile”. Nel “best seller” che era già all’epoca la Divina Commedia, Dante infatti illustra questo “santo nuovo”, San Francesco d’Assisi. Perché “la novitas profetica di Francesco consiste proprio in una santità tutta incarnata, polemica nei confronti dell’immagine tradizionale e ancora bizantina di santità. Sia per Dante che per Giotto Francesco è una figura profetica, il segno di una necessaria riforma.

 

Francesco, racconta Cacciari, “nella Commedia dantesca viene esaltato da Tommaso nel cielo degli spiriti sapienti. E il fatto che sia il grande maestro dell’ordine dominicano a tesserne le lodi non è casuale: l’idea di Dante è quella di promuovere laconcordia cattolica”: “staccarsi dalla contingenza, guardare dall’alto questi conflitti, queste polemiche. E l’unità è proprio Francesco, che predica evangelicamente il non giudicare, che dice di non opporsi al male: Francesco è puro amore, pura Caritas. Se in Dante il tema centrale è la povertà, che conduce Francesco alla morte, Giotto rappresenta Francesco vestito, stravolgendo il senso della nudità francescana: “In Giotto mai nessuno è spoglio, nudo, povero.

 

Basta spostarsi nello Spazio Risonanze, e l’atmosfera da lezione universitaria cambia completamente: l’incontro, tutto al femminile, è quello condotto da Concita De Gregorio con le scrittrici sarde Milena Agus e Paola Soriga, “due perle nella produzione contemporanea – commenta De Gregorio – e in più isolane: un elemento che fa avere loro una certa distanza prospettica dalle cose.

 

Se Milena Agus, autrice di Sottosopra (Nottetempo) racconta storie di personaggi un po’ sbilenchi, sottosopra, che possiedono il dono della luce interiore, e ambienta le sue storie in una Cagliari mitica, un luogo dell’anima, lo sguardo di Paola Soriga nel suo primo libro Dove finisce Roma (Einaudi) mette in moto una vera e propria operazione cultuale. Perché ambientando la sua storia al tempo della Resistenza, idealmente salda due generazioni, quella dei trentenni di oggi con i loro nonni. Ed esprime “il bisogno generazionale di ritrovare le ragioni di un impegno”, commenta De Gregorio.

 

Ma come nasce un caso letterario? A volte, quasi dal nulla. Con una reazione a catena, un passaparola travolgente che parte dai lettori. È questo il segreto di Carlos Ruiz Zafón, che con il suo L’ombra del vento ha venduto otto milioni di copie, e ora ci riprova con Il prigioniero del cielo, tradotto e pubblicato in Italia da Mondadori. Lo scrittore catalano confessa, in Sala Petrassi: “Il primo brivido di successo, in realtà, l’ho provato a nove anni. Quando, con alcuni compagni di scuola, abbiamo deciso di mettere in piedi una rudimentale casa editrice: io scrivevo racconti di alieni, vampiri. Un altro li fotocopiava, e un altro ancora disegnava le copertine, piene di immagini sanguinolente. Infine, c’era l’addetto al marketing, che vendeva i racconti come un pazzo: praticamente obbligava i nostri compagni di scuola a comprarli. Alla fine i nostri testi sono arrivati fino ai vertici scolastici: un burocrate ne rimase disgustato e ci fece smettere. La prima censura”.

 

Uno scrittore è, prima di tutto, un lettore, racconta Zafòn: “Fin da piccolo leggevo tutti i libri che trovavo sottomano, tomi dell’Ottocento che sembravano delle Bibbie. È un vero prodigio pensare che con carta e inchiostro puoi creare personaggi, interi mondi: una magia. E allora mi sono detto: devo scoprire come si fa, perché è questo che voglio fare. Non ho mai fatto troppo caso alle linee divisorie tra i generi: ero un lettore onnivoro. E sono così anche come scrittore”.

 

Il momento in cui ti accorgi di essere diventato uno scrittore è unico, ricorda l’autore catalano: “La grande convalida arriva dagli estranei. Per me è stato con il primo libro: quando vedi il tuo nome stampato su un pezzo di carta, vivo, tangibile, beh, questo è un momento irripetibile.

 

Da come nasce uno scrittore a come diventa un’icona: perché è questo che raffigurano i quadri dello scrittore romano Tommaso Pincio esposti al Garage. Pier Paolo Pasolini, George Orewll, Edgar Allan Poe, Franz Kafka, si susseguono sulla parete “cristallizzati” nella loro opera più celebre. C’è Vladimir Nabokov, sullo sfondo una giovane che legge un libro e la scritta “Mio peccato anima mia”. C’è l’autore della Metamorfosi, immerso nell’oro co nuno scarafaggio in mano (“Dunque era proprio una bestia, se la musica a tal punto lo affascinava?”). E poi, Jack Kerouac con una strada alle spalle che si perde nell’orizzonte. Fino all’autoritratto dell’autore che offre una chiave di lettura alla mostra: “Il ritratto è il genere pittorico più prossimo alla scrittura”.

 

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