Mostra su Michelangelo Antonioni. A Roma

Pardo d’oro al festival di Locarno nel 1957. Orso d’oro a Berlino e David di Donatello a Taormina quattro anni più tardi. Leone d’oro a [...]

Pardo d’oro al festival di Locarno nel 1957. Orso d’oro a Berlino e David di Donatello a Taormina quattro anni più tardi. Leone d’oro a Venezia nel ’64. Palma d’oro a Cannes nel ’67. Un altro Leone d’oro, questo alla carriera, a Venezia nel 1983 e un Oscar sempre alla carriera nel ’95 a Hollywood. Sono solo alcuni dei riconoscimenti andati a Michelangelo Antonioni a cui, ancora per pochi giorni, la Casa del cinema, situata a Roma in largo Marcello Mastroianni, sta dedicando la mostra “Gli occhi di Michelangelo Antonioni”.  Lo scopo è quello di ricordare l’opera di uno dei più importanti maestri del grande schermo italiano e mondiale, il tutto attraverso le tele magistralmente dipinte da Miria Malandri.

 

La pittrice romagnola si è servita della tecnica del “fermo immagine” che consiste nella visione, da parte dell’artista, dei film e nell’individuazione, in maniera personalizzata, di momenti particolari che colpiscono la sua fantasia. Tutti i lavori esposti sono in effetti liberamente tratti dalle pellicole del regista ferrarese scomparso a quasi 95 anni nel 2007 e che fu tra i primissimi ad affrontare i moderni temi dell’incomunicabilità, dell’alienazione e del disagio esistenziale. Il risultato che ne è conseguito è una ricostruzione inedita e soggettiva di fotogrammi che nei lungometraggi scorrono in pochi secondi e spesso passano inosservati. S’è di fronte, quindi, a un’iniziativa che raccoglie dei quadri che reinterpretano in senso inverso il rapporto cinema-pittura che ha sempre visto il primo attingere a piene mani dalla seconda.

 

Malandri, nata a Forlinpopoli nel 1946, vive e lavora a Forlì. Dopo gli studi classici, ha frequentato un corso di disegno anatomico all’Università di Bologna, e successivamente ha intrapreso un lungo percorso con la realizzazione di dipinti di tipo surreale e ispirati al teatro dell’assurdo, di immagini di famiglia e di nature morte. Fra il 2002 e il 2004 ha collaborato con “Art’è”. E lo sbocco delle sue ricerche, in anni recenti, è diventato proprio il cinema, inizialmente come passione per il mondo della celluloide e poi come esaltazione dell’”attimo fuggente”. Notevole successo è stato ottenuto, per esempio, dalla sua mostra “Il cinema e la tradizione ebraica” (Marco Fornara).

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