THE ABRAMOVIC METHOD al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano dal 21 marzo al 10 giugno. Una mostra a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola realizzata da Comune di Milano – Cultura | PAC | 24Ore Cultura – Gruppo 24ore in partnership con GA&G e Feltrinelli.
Sarà la prima, importante mostra-evento che l’Italia dedica a Marina Abramoviç, per la quale questa stella dell’arte contemporanea realizzerà un nuovo inedito lavoro. Le anticipazioni sinora giunte sono scarse. Si sa che si tratta di una serie di living installation costituite da oggetti realizzati in materiali diversi, che il pubblico, guidato e motivato dall’artista secondo il suo metodo, sarà invitato a percorrere e sperimentare. In mostra per la prima volta anche la monumentale installazione The Artist is Present, performance realizzata al MOMa nel 2010 (leggi articolo), e dalla quale è stata tratta un docu-film (leggi articolo) che sarà proiettato in anteprima al cinema Apollo il 22 marzo. Coprodotto e distribuito in Italia da GA&A e Feltrinelli Real Cinema, il film ha vinto il premio del pubblico alla Berlinale. E ancora in mostra una serie di opere recenti che si ricollegano alla tematica del nuovo lavoro. Durante la permanenza dell’artista al PAC una serie di eventi accompagnano la mostra tra cui una conferenza al teatro Dal Verme (21 marzo). Sin qui le certezze, per il resto largo alle ipotesi, e l’attesa di quella nuova opera che vedrà protagonista l’artista serba cresce, perché tutto quello che lei fa diventa in qualche modo memorabile.
Come quando per la Biennale di Venezia del 1997 realizzò Balkan Baroque (1997), con la quale s’aggiudicò il Leone d’Oro come migliore artista. L’opera in una tripla proiezione, raffigura immagini della vita di sua madre, di se stessa, e suo padre. Mentre le immagini andavano, la Abramovic sedette allora sei ore al giorno per quattro giorni rimuovendo la carne attaccata ad un mucchio di ossa di mucca evocando così tutto il dolore e la sofferenza della guerra. Ben più faticosa The artisti is present, la performance che nel 2010 l’ha vista al MoMA seduta in silenzio ad un tavolo dell’atrio del museo per tutta la durata dell’esposizione, e lì invitava i visitatori a prendere posto di fronte a lei consentendo loro di avere un’esperienza personale con lei, un dialogo muto, un darsi totale durato 700 ore in tutto (per 7 ore al giorno). Le persone che si sono sedute sono state 1400: alcune per pochi minuti, altri anche per un giorno intero. Sconosciuti e celebrità, come Marisa Tomei, Isabella Rossellini, Lou Reed, Rufus Wainwright e chi non s’è seduto, nell’immagine di quella donna chiusa in un ostentato silenzio e in una faticosa immobilità ritrovava un disagio fisico, un’empatia difficile da trascurare.
Quella di Milano sarà dunque una grande mostra. Per molti Marina Abramovic non è solo la più grande artista performativa ma è la sola. L’iniziatrice di un capitolo importante nella storia dell’arte contemporanea ed alla quale, ogni artista che ha poi deciso di adoperare il proprio corpo come “materia” d’arte (soggetto, oggetto e medium), deve tributo.
Questa inquietante, profondissima, carnale, cruda, rivoluzionaria, grande artista nata nel 1946 nella ex Jugoslavia, ha una carriera lunga oltre 40 anni. Quattro decenni e più di creatività documentati da pezzi audio, opere video, installazioni, fotografia, performance da solista e con l’artista tedesco Ulay, suo partner dal 1975 al 1988.
Chissà se a Milano, come a New York troveremo delle ri-performance, ovvero le ri-proposizoni con attori di suoi momenti fondamentali, come l’Imponderabilia degli anni 70, in cui due esecutori nudi sono l’uno di fronte all’altro in un portone, in maniera tale che i visitatori che vogliono passare devono muoversi attraverso lo spazio tra i due. O Relation in Time, in cui due personaggi seduti sono collegati tra loro dai loro capelli lunghi legati insieme; e Point of Contact, in cui i due esecutori sono faccia a faccia con le braccia piegate, a toccare la punta dei rispettivi indici; e l’evocativo Nude with Skeleton, dove un interprete nudo si trova sotto uno scheletro che si anima con i movimenti del suo respiro e ancora il brivido di Rest Energy: nell’originale Ulay teneva un arco teso con la freccia puntata direttamente al cuore di Marina. Negli anni dal ’95 al 2005 la Abramović intraprende un nuovo capitolo fatto di singoli lavori nei quali affronta un percorso culturale nelle origini spirituali nei Balcani, nel suo contesto familiare, nei sentimenti di vergogna e nella sofferenza per le atrocità che avevano colpito il suo paese d’origine. In tempi più recenti, la carriera della Abramovic sviluppatasi prevalentemente a New York, l’ha portata su nuovi temi, nuove riflessioni, come la possibilità di ripetere e conservare una forma d’arte come la performance che è, per natura, effimera. In Seven Easy Pieces, presentata nel 2005 al Guggenheim di New York, ci ha provato per sette notti ripercorrendo in un unico momento sue performance dal 1960 al 1970 e delle quali, tramite le immagini, rimangono solo parziali testimonianze. Quello che non si può vedere dalle fotografie o dai video sono la sua resistenza, la sofferenza, la fatica e il pericolo, i limiti fisici e mentali ai quali ha sottoposto la sua esistenza. Per Marina Abramovic nulla può essere più vero di quanto si dice degli artisti veri: che fanno di vita e arte la stessa cosa.
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