Un elenco dettagliato delle riforme necessarie (e possibili) per valorizzare il settore della cultura e favorire la ripresa economica dell’Italia. E’ il documento che Federculture (la federazione nazionale delle aziende di servizio pubblico e dei privati che gestiscono i servizi legati alla cultura, al turismo, allo sport e al tempo libero) sottopone al Governo Monti. A sostenerlo l’Anci (associazione nazionale comuni italiani) e il Fai (Fondo ambiente italiano).
Non bastano i proclami, non bastano le buone intenzioni, i provvedimenti normativi adottati sino a questo momento dal Governo “non esprimono una posizione chiara e decisa sui temi della cultura. Competitività territoriale, politiche di valorizzazione del patrimonio materiale ed immateriale, possibilità di diffondere le conoscenze vengono ancora relegati ai margini delle politiche di intervento dell’Esecutivo”.
Un allarme viene lanciato a favore delle imprese, alcune vere e proprie eccellenze, che gestiscono cultura e spettacolo, penalizzate dal decreto liberalizzazioni: “Secondo il decreto, infatti, le aziende speciali, le società in house e le istituzioni verranno equiparate agli enti locali per quanto riguarda una serie di vincoli e limitazioni finanziarie e burocratiche, a partire dal rispetto del Patto di stabilità, che ne ingesseranno le possibilità di programmazione delle attività e di sviluppo della produzione”. Traducendo: diminuzione degli servizi per i cittadini.
“Un Paese come l’Italia, – dichiara il presidente di Federculture, Roberto Grossi – non può programmare il proprio futuro e non potrà presentarsi nel confronto internazionale senza un profondo rinnovamento delle politiche che siano fondate sul valore della propria vocazione artistica e culturale. Occorre, dunque, riconsegnare alla cultura una nuova centralità nelle strategie per lo sviluppo del Paese. Ed è questo il momento per farlo. Il Paese non può attendere. Gli operatori sono disposti a fare fino in fondo la loro parte, ma richiedono segnali precisi di inversione di marcia nelle politiche per il settore.
Non si tratta solo di finanziamenti, peraltro sempre più inadeguati.
In un settore come quello culturale – prosegue Grossi – è fondamentale garantire autonomia agli enti creati in una logica di partenariato pubblico/privato che, nell’ambito della tutela come in quello della produzione artistica più avanzata, hanno tenuto alto il nome dell’Italia nel mondo, con risultati appena qualche decennio fa inimmaginabili in termini di attrazione territoriale, occupazione e sviluppo”.
Corposo l’elenco delle richieste formulate al Governo. Si parte con la richiesta di abrogare le disposizioni contenute nel decreto liberalizzazioni e nella legge 122/2010 che impongono agli enti e alle aziende del settore vincoli e divieti (spesa per mostre, limitazione componenti cda, gratuità incarichi amministratori). E tra l’altro, la destinazione di una quota specifica della tassa di soggiorno alla tutela e valorizzazione dei beni culturali; la razionalizzazione e semplificazione burocratica;
incentivare la creazione di reti per razionalizzare i servizi in una logica di economie di scala, l’affermazione di uno standard contrattuale unico per tutti coloro che lavorano nel settore della cultura.
“Terzo punto nodale è la necessità, di fronte al crollo dell’intervento pubblico, di favorire la partecipazione dei privati”. La prima proposta è di consentire la destinazione dell’8 per mille dell’Irpef anche ai settori della musica e del teatro, oltre che alla conservazione dei beni culturali. Inoltre si chiede di modificare immediatamente le modalità di destinazione del 5 per mille dell’Irpef che oggi non permettono ai cittadini di individuare espressamente i soggetti beneficiari della donazione che allo stato attuale confluisce in modo indifferenziato nelle casse del ministero per i Beni e le Attività Culturali. E’ infine prioritario allineare l’aliquota IVA italiana, tra le più alte in Europa e disincentivante per gli operatori del settore, con quelle vigenti nei Paesi della Comunità Europea.
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