Ore 19 di un venerdì invernale, squilla il telefono, una voce gentile e professionale si presenta, parla a nome del concessionario d’auto di un marchio tedesco, è quello con la sede più vicina a casa mia. “Lei è il signor xx? Abbiamo visto che è interessato al tal modello, la informiamo che può venire a provare la vettura quando desidera, anche domenica, ci trova in via…”. Sono perplesso : “Io interessato? Sì, è vero ma chi ve l’ha detto?” “Ce lo ha comunicato la casa madre – replica la voce gentile – lei ha visitato il sito Internet e si è soffermato a vedere il modello”. “Grazie non mancherò di farvi visita”, rispondo con rassegnazione, la sorpresa è tale che non ho neppure chiesto come abbiano fatto a rintracciare il mio numero di telefono, visto che non compare in elenco e poi, quando ho fatto il mio giro nel sito non mi è stato chiesto di compilare “form”, né di lasciare in alcun modo dati.
Questo episodio (reale) e all’apparenza banale mi ha tolto una mezz’ora di sonno. Che senso ha parlare di privacy ormai? Siamo abituati a considerare il nostro computer un po’ come la nostra agenda, il depositario delle informazioni sulla nostra vita. Navighiamo – quando non lo facciamo per lavoro – seguendo i nostri gusti e non solo quelli automobilistici, le nostre idee politiche e religiose, le nostre necessità. E da un’ipotetica altra parte c’è qualcuno che può scoprire come e quando vuole tutto ciò che ci riguarda: come la pensiamo su questo o su quello, dove vorremmo andare in vacanza, di quanti soldi potremmo disporre, quali sono le nostre tendenze sessuali e persino se abbiamo qualche problema di salute. Grazie a smartphone e tablet possono anche sapere dove trovarci quando non siamo a casa. Qualcosa non va, nel nome di un pensiero di libertà, tale è Internet, abbiamo accettato di rimanere perennemente connessi a mille guinzagli elettronici. Il sistema va riscritto – ed è la politica a doverlo fare – se non vogliamo correre verso un futuro “orwelliano”. Certo, non c’è nulla di nuovo in questo commento, che sembrerà persino banale, ma quando le cose si rendono così macroscopicamente visibili dovremmo iniziare a considerare il problema e non trattarlo come argomento salottiero.
Proprio in questi giorni la privacy in Internet è al centro di polemiche e discussioni, a sollevare per l’ennesima volta il caso sono le nuove norme decise da due giganti della Rete: Google e Twitter. Google, ha riscritto, semplificandole, le regole sulla privacy, passando dalle 60 norme diverse per ciascuno servizio ad un’unica normativa. Un solo clic di accettazione può valere per tutti i servizi messi a disposizione dall’azienda di Mountain View, e se l’Unione europea ha plaudito all’iniziativa nel nome della chiarezza, molti utenti lamentano il fatto che Google in questo modo ha la possibilità d’incrociare i diversi aspetti della vita on line dell’utente: i video che guarda su Youtube, la geolocalizzazione sulle mappe, più in generale conoscere tutte le sua preferenze ed in questo modo dispone di profili sempre più dettagliati.
Altra innovazione contestata l’ha introdotta Twitter che, nei Paesi dove vigono leggi che limitano la libertà d’espressione si riserva d’intervenire e rimuovere i contenuti sgraditi ai vari governi. In compenso li rende però visibili all’estero. I due casi nella loro diversità pongono all’attenzione l’irrisolto problema della tutela della riservatezza e della reale o presunta libertà della Rete.
Federico Cella dalle colonne del Corsera di stamattina lancia la domanda delle domande “Se le circostanze lo richiedessero, per un qualunque motivo, sarebbe davvero possibile arrivare a rinunciare a servizi che ormai fanno parte della nostra vita?” Che sarà pure una domanda retorica ma che ne solleva un’altra: chi governa la Rete? Come la finanza, la Rete è sempre più sganciata dal controllo politico, e se questo è un bene, non si può negare che diventa connivente quando i totalitarismi ne minacciano il business. I giganti di Internet sono destinati sempre più a esercitare forme di potere parallelo e sovrannazionali. Forme di governo solo apparentemente “libertarie” che meriterebbero la riscrittura del vecchio adagio “la tua libertà finisce dove cominciano gli affari di chi ti concede il servizio“.
© Riproduzione riservata


