La Concordia e il turismo insostenibile

Partiamo dalla considerazione che ogni cosa debba avere un senso, persino l’insensatezza di certi comportamenti umani, e raccontiamoci che l’unico modo per non affondare la [...]

Partiamo dalla considerazione che ogni cosa debba avere un senso, persino l’insensatezza di certi comportamenti umani, e raccontiamoci che l’unico modo per non affondare la tragedia della nave Concordia nel capitolo delle stupidità memorabili è imparare qualcosa da quanto accaduto una settimana fa.

E andiamo per un momento oltre la cronaca, perché il naufragio, col suo carico di morte, di metafore, di eroi e antieroi popolari, ci costringe a riflettere su noi stessi, su cosa siamo diventati, e su quale sia la nostra idea di divertimento e di turismo.

 

Non bisogna tornare molto lontano, è sufficiente muoversi indietro di qualche generazione per rendersi conto che per la maggior parte delle persone, l’orizzonte era delineato dal campanile del paese e dal proprio naso. Poi il viaggio, quella straordinaria esperienza una volta riservata alle classi più agiate, e colte, s’è democratizzato, è diventato all’apparenza una conquista culturale delle masse. E così, chiunque (in Occidente) possa permettersi di mettere da parte qualche soldo – peraltro servono sempre meno soldi – può sognare di “conoscere” altri luoghi e culture, o semplicemente di stendersi, pancia al sole, nel mezzo del Mediterraneo o del Mar Rosso.

A livello mondiale, il settore dei viaggi genera redditi, lavoro e ricchezze e non vogliamo demonizzarlo, tantomeno infierire su chi legittimamente desidera fuggire, almeno per una settimana all’anno dalla routine, chi vuole fruire del diritto umano alla vacanza, alla festa laica del turismo.

 

A commercializzare questi sogni c’è un’industria che funziona bene – basta leggere i contratti di viaggio di Costa per rendersene conto –  e che sa offrire a buon mercato persino un’idea di lusso. Con 300 euro una settimana nel Mediterraneo, a bordo di una nave costruita per divertire, un enorme parco giochi diventato allettante anche per il pubblico più giovane, grazie a sport e animazione. Città galleggianti di auto-referenzialità dove il più grande nemico è la noia. E più bassi devono essere i prezzi, più grandi le navi e dunque più pericolose in caso di emergenza, laddove gestire la sicurezza di migliaia di persone impaurite, è difficile anche quando tutti si comportano come dovrebbero. La Costa Concordia portava 4928 persone ed era lunga 300 metri. Un gigante, non il più grande.

A solcare le acque dei Caraibi c’è l’Allure of the Seas e supera allegramente i 350 metri, può portare fino a 6360 passeggeri e oltre duemila membri di equipaggio è talmente grande che per consentire il passaggio sotto alcuni ponti i costruttori hanno ideato i camini reclinabili. E la corsa al gigantismo non è tutta qui, esistono progetti di navi attraversate da mini metrò per rendere più veloci gli spostamenti da un punto all’altro.

Poi a volte capita che qualcosa vada storto, nella fabbrica del divertimento turistico qualche meccanismo s’inceppa: una nave naufraga (o un gruppo di turisti viene rapito in Etiopia, ma questa è un’altra storia) e l’idillio si rompe inatteso. Ci si chiede se il futuro ci fornirà ancora più viaggi e più viaggiatori, perché nel nome della crescita economica è questo che l’industria del sogno vorrebbe. E allora è la domanda che dovrebbe cambiare, siamo noi che non dovremmo più accontentarci del mordi e fuggi, dell’illusione di aver conosciuto una città, un popolo, una cultura, nella mezza giornata di libera escursione che il pacchetto prevede.

Siamo noi che dovremmo tornare a innamorarci dei luoghi, a scegliere di viaggiare slow, senza bulimia, per il piacere puro e semplice di vedere, conoscere, incontrare. E’ vero, questo modo di viaggiare richiede tempo, ma la dimensione vera del viaggio è quella della conoscenza, non della distanza consumata. Si può cercare un “altrove” anche a poche centinaia di chilometri da casa propria e noi che viviamo immersi nella straordinaria varietà di paesaggi e storia che ci regala l’Italia dovremmo saperlo bene. Ma lo sappiamo? (AD)

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