Tintoretto, dal 25 febbraio al 10 giugno a Roma, Scuderie del Quirinale. Una mostra curata da Vittorio Sgarbi, i testi di accompagnamento sono di Melania Mazzucco. (www.scuderiequirinale.it)
Nella prima sala della mostra internazionale dell’ultima Biennale di Venezia si leggeva spesso la perplessità nel volto dei visitatori. La domanda che aleggiava era cosa avesse voluto dire la curatrice, la svizzera Bice Curiger, inserendo proprio lì, all’ingresso, tre grandi tele di Tintoretto. Cosa c’entra il pittore del ‘500 col contemporaneo? Semplice, Tintoretto era uno sperimentatore, un innovatore, uno che osava, un temerario della composizione e delle luce, pronto a rompere gli schemi tramandati dai suoi predecessori. Più contemporaneo di così.
Ed anche per questo, Giorgio Vasari definirà Jacopo Robusti, figlio di tintore e dunque detto il Tintoretto (1518 – 1594) “Il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura”, e coraggioso visto che nella Venezia di pieno Cinquecento riuscì a staccarsi dal mito di Tiziano proponendo una pittura improntata al realismo più nitido e capace di fare scuola per diverse generazioni. Il suo fu uno sguardo alla realtà commosso e partecipato, teso alla ricerca di una verità che diventa narrazione e indagine psicologica quando al centro della tela c’è il volto umano.
“Tensione drammatica, furore michelangiolesco, attenzione agli aspetti scenografici e alle proposte del teatro e dell’architettura oltre che una formidabile capacità di assimilazione delle novità e delle idee impostate dai grandi a lui contemporanei: Tintoretto creò una pittura di tocco e di esasperato colorismo”. Nella parole di Ernst Gombrich la sintesi di tutto ciò che Tintoretto ha significato nella storia dell’arte, portando a compimento l’era aperta da Giotto che “per primo dipinse corpi tangibili, e che tale era terminò quando alle forme solide si sostituirono le apparizioni fiammanti del Tintoretto o del Greco”. Insomma, Jacopo sorprese i suoi tempi prima di lasciarsene sorprendere.
La mostra di Roma attraverso una cinquantina di tele – molti i grandi prestiti internazionali – traccerà un percorso visivo che tocca tutti i generi in cui il maestro veneziano si è cimentato: i grandi teleri religiosi, le opere profane, la ritrattistica. Seguendo una narrazione biografica suggerita dalle parole della scrittrice Melania Mazzucco l’obiettivo del percorso è far emergere l’ambiente di Jacopo Robusti e i suoi meccanismi creativi.
Nelle sue gigantesche tele ecco materializzarsi veri e propri creare palcoscenici dove si raggruppano figure tormentate, lunghe e sinuose, narrate in composizioni ricche di scorci arditi ed esaltati da un uso della luce assolutamente nuovo e spettacolare. E’ certo così ne Il Miracolo dello schiavo delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, tela che coi suoi cinque metri per lato accoglierà il visitatore strappando il primo sguardo stupito, “una scena di crudo realismo, quasi sovrannaturale nell’immagine di San Marco che scende in carne e ossa nel lazzaretto a confortare una folla di malati e moribondi che rappresenta direttamente il gran male del tempo. […] una perfetta regia del miracolo sottolineata da una luce irreale, tale da inondare la scena e fissare i personaggi, colti negli atteggiamenti più svariati. In uno scorcio prospettico che già preannuncia l’arte di Caravaggio”.
Seguono, allo stesso piano, le principali committenze ecclesiastiche, in un racconto che evidenzierà la strettissima connessione tra il pittore e la sua città. Siammireranno tra gli altri Il ritrovamento del corpo di San Marco compiuto per la Scuola Grande di San Marco e le magnifiche tele raffiguranti Santa Maria egiziaca e Santa Maria leggente della Scuola Grande di San Rocco, restaurate in occasione della mostra e poi il confronto tra le due versioni dell’ Ultima cena provenienti dalle chiese di San Polo e di San Trovaso.
Al secondo piano alcuni tra i massimi capolavori della ritrattistica di Tintoretto e della pittura profana. Ad aprire questa seconda sezione i cromatismi accecanti e le vibrazioni tonali del San Giorgio che uccide il drago della National Gallery di Londra ad aprire una successione straordinaria dove spiccano Venere, Vulcano e Marte dell’Alte Pinakothek di Monaco o, tra le storie bibliche, la versione viennese della Susanna e i vecchioni, dove la fanciulla è raffigurata nella luminosità abbagliante di un nudo che si accompagna all’amorevole minuzia con cui il maestro descrive i mille particolari della scena. Chiude il percorso una sezione dedicata alla contemporaneità del Tintoretto, con opere di maestri di area veneta, e non solo, che operarono al suo tempo.

Tintoretto Ritratto di Alvise Cornaro 1564 - Firenze, Galleria Palatina Istituti Museali della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Tintoretto Ritratto di Jacopo Sansovino 1566 - Firenze, Galleria degli Uffizi Istituti Museali della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Tintoretto Venere, Vulcano e Cupido 1550-1555 circa - Firenze, Galleria Palatina Istituti Museali della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
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