NAPOLI – Fino al 20 aprile al museo MADRE, in scena la rassegna “CinemaCrisi”. Tutto il programma su www.museomadre.it.
Nei momenti di grave crisi le forme di rappresentazione più significative e popolari, e tra esse il cinema, hanno elaborato opere sintomatiche. Il crollo della Borsa di New York nel 1929 (evento spesso accostato alla situazione attuale) e la “Grande Depressione” fecero conquistare allo spettacolo cinematografico un enorme spazio e una rilevanza, anche politico-ideologica, prima sconosciuta. I gravi disagi e le peripezie di una popolazione violentemente segnata dalla mancanza di occupazione e da una perdita generalizzata del potere d’acquisto, portarono Hollywood a far sua la politica del New Deal, proponendo al pubblico americano opere basate sui valori dell’ideologia rooseveltiana. I nuovi ideali, che la nazione elesse come salvifici, trovarono nel cinema una cassa di risonanza in perfetta sintonia con le scelte del potere democratico: da un lato le crude descrizioni di John Ford (che con “Furore” diresse uno dei film più progressisti mai fatti a Hollywood, in linea con le ideologie del New Deal) dall’altro le commedie di Frank Capra nelle quali l’ideologia dell’ottimismo rooseveltiano amplificava le proprie suggestioni. La crisi economica attuale, che investe il mondo globalizzato, vede il cinema in posizione non più egemonica e dominante, ma solo come uno dei molteplici mezzi di comunicazione, non certo quello in grado di influenzare le risposte sociali. In ogni caso, il cinema denuncia da tempo i sintomi di un malessere che si è rivelato in tutto il suo potere destabilizzante. In Wall Street (1987), il protagonista, Gordon Gekko, dichiarava: «L’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità…». Chi ha meglio descritto la crisi dei nostri giorni è sicuramente Ken Loach (al quale dedichiamo una breve “personale”), che affronta la crisi thatcheriana degli anni ’80 con Riff Raff (1990), The Navigators (2001), Sweet Sixteen (2002), Carla’s Song (1996) con toni ironici, ma con drammaturgia realistico-drammatica. Nel cinema francese i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne rappresentano il vertice del realismo contemporaneo, attraverso il quale hanno saputo registrare i risvolti delle nuove povertà nell’era della globalizzazione, come è avvenuto con L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005). Nell’ambito del registro surreale si muove, invece, la coppia Gustave de Kervern e Benoît Delépine che hanno realizzato Mammuth (2010), film di rara potenza espressiva sulle ingiustizie e le incertezze sociali. La rassegna comprende un omaggio al cinema italiano, presente con due film “grotteschi” interpretati da uno straordinario Giancarlo Giannini – Mimì Metallurgico ferito nell’onore (1972) sull’integrazione di un siciliano nella grande fabbrica del Nord e Mi manda Picone (1983) sulle disavventure di un finto operaio dell’Italsider all’inizio della sua “dismissione” – e con il capolavoro di Ermanno Olmi, Il posto (1961), la storia di un ragazzo al primo impiego, nella Milano degli anni ’60, in un’Italia in trasformazione da civiltà rurale a nuova realtà industriale.
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