La chiamano stagione dei premi e tra Guild of America, Golden Globes (domenica 15 la serata finale), Oscar (martedì 24 l’annuncio delle nomination, il 26 febbraio la gran serata), i musicali Grammy (il 12 febbraio) ed altri premi assegnati in giro, come quelli della critica, semplificazione giornalistica non poteva essere più corretta. Ma fermiamoci al cinema e in maniera particolare a Golden Globes e soprattutto agli Oscar perché quest’anno si sta verificando un insolito affollamento di “papabili”. Diciamo insolito perché nei due anni precedenti, di questi tempi i giochi sembravano già fatti: nel 2010 corsa limitata essenzialmente ad Avatar – il grande sconfitto della stagione ma abbondantemente premiato dal botteghino – e a The Hurt Locker, uscito trionfante dalla competizione; mentre l’anno scorso erano Il discorso del re e in seconda istanza The social network a essere nelle previsioni – poi confermate – i più gettonati.
Oggi la critica internazionale è costretta ad arrovellarsi per stilare la schedina di un toto-award che proprio non ha testa né coda, visto che, al di là dei gusti personali, i film a potersi contendere i premi più prestigiosi sono almeno una dozzina. La gara s’annuncia caotica. Fino ad ora, tuttavia, tre lavori spiccano sugli altri: “The artist“, la favola muta in bianco e nero del francese Michel Hazanavicius “The Help“, film sul risveglio dei diritti civili tra le donne degli Stati del Sud firmato Tate Taylor (in Italia in sala dal 20 gennaio) e “The Descendants“, di Alexander Payne, film ambientato nelle isole Hawaii che racconta le imprevedibili vicende di una famiglia americana sottoposta a difficili scelte (in uscita in Italia il 17 febbraio col titolo di Paradiso amaro). Tuttavia ciascuno dei tre film ha un punto debole, e se per The artist la critica è essenzialmente unanime, ma gli incassi al box office americano (7 milioni di dollari) sono decisamente bassi; gli altri due non hanno raccolto in patria pareri unanimi.
Così le speranze restano vive per diversi film, in particolare per “Midnight in Paris” di Woody Allen, “Hugo” di Martin Scorsese e “War Horse” di Steven Spielberg. Anche per “Bridesmaids” (Le amiche della sposa) di Paul Feig e “Moneyball” (L’arte di vincere) di Bennett Miller . Poi ci sono due film che hanno delle possibilità per gli Oscar ma sono gravati da molte controversie. Si tratta di “Extremely loud & incredibly close” (Molto forte, incredibilmente vicino), diretto da Stephen Daldry e dedicato all’11 settembre (leggi articolo per approfondire – nella foto di testa il piccolo protagonista) e “Tinker, Tailor, soldier, spy” (La Talpa) di Tomas Alfredson, tratto dal romanzo di John le Carré e ambientato durante la Guerra Fredda.
Di conseguenza è battaglia aperta anche per gli attori, per le interpretazioni femminili Meryl Streep grazie al suo ritratto di Margaret Thatcher in “The iron Lady” ha già raccolto un bel po’ di premi e nomination e certo è in prima fila per i più prestigiosi. A insidiarla, seppur da lontano, Viola Davis per “The Help”, Michelle Williams per “La mia settimana con Marilyn”, Glenn Close per “Albert Nobbs” e Tilda Swinton per “We need to talk about Kevin” (E ora parliamo di Kevin). Outsider potrebbero essere Rooney Mara di “Millennium” o Kristin Wiig per “Le amiche della sposa“.
Per gli attori in pool position ci sono Michael Fassbender, per la sua interpretazione del sessuomane in “Shame” di Steve McQueen; George Clooney, per “The Descendants“, e Jean Dujardin, per “The artist“. Ottime possibilità anche per Demian Bichir per il suo ritratto di un giardiniere immigrato clandestino nel dramma di Chris Weitz “A better life” e per il Brad Pitt de “L’arte di vincere” o di “The tree of life” di Terrence Malik, già premiato nei giorni scorsi (per entrambi i ruoli) dalla National Society of Film Critics.

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