2011, cosa salvare

Ancora qualche ora e diremo addio al 2011, sarà un addio senza rimpianti all’anno che ci ha regalato nuove paure lasciandoci intravedere, come all’intontito risveglio [...]

Ancora qualche ora e diremo addio al 2011, sarà un addio senza rimpianti all’anno che ci ha regalato nuove paure lasciandoci intravedere, come all’intontito risveglio da una notte di bagordi, lo spettro di una giornata ancora peggiore. Se ne va tra le maledizioni l’anno che ci ha reso familiare lo spread, e che ci ha precipitato tra gli inaffidabili del pianeta, l’anno che ha ripiombato il mondo nella paura nucleare offrendogli in cambio la speranza volatile come il profumo dei gelsomini di una primavera araba dall’epilogo non ancora scritto. E adesso che i bilanci sono quasi fatti – mancano ancora poche ore, poi la linea sarà tracciata –  e affideremo l’orribile 2011 alla storia fa capolino una domanda. Cosa salvare di quest’anno?

 

Le immagini si sovrappongono in redazione, l’album accumula flash e frammenti di storia grande e piccola in ordine sparso: ecco emergere la forza dirompente con la quale Giorgio Napoltiano rivendica l’orgoglio d’essere italiani, e la grazia di Roberto Benigni che da Sanremo ci racconta l’inno nazionale come mai nessuno prima aveva fatto. Ecco le nuove note di Vasco che riecheggiano dalla radio e i 120mila che a Campovolo festeggiano Ligabue; eccoci, con gli occhi sgranati alla Biennale di Venezia, davanti a una delle opere più belle di questo nuovo millennio (per noi The Clock di Christian Marclay è tale), eccoci sorridere ancora per l’ennesima trovata di quel bravo ragazzo di Fiorello e per l’ultima imitazione, riuscitissima, di Maurizio Crozza – quel robot-Monti che decidiamo: passerà alla storia. Eccoci a emozionarci per quel vecchio, straordinario e delicato attore che Nanni Moretti ci ha riportato sul grande schermo (Michel Piccoli); ed eccoci trasformati in esploratori del futuro mentre leggiamo delle strabilianti corse dei neutrini e dell’immagine del bosone di Higgs. Tranne poi ricadere nel riso infantile davanti alla battuta più esilarante mai fatta da ministro della Repubblica italiana. No il tunnel per neutrini ipotizzato dalla ex  Gelmini non lo salviamo, ma le risate che ci ha regalato sì, e dunque terremo in memoria anche lui. E mentre la nuvola ci avvisa che un’altra età dell’elettronica s’è affacciata, lo sguardo torna indietro al 5 ottobre, quando Steve Jobs se ne andava. La sua eredità l’ha già salvata il mondo, inutile sottolineare.

E molte altre, ne siamo certi, sono le cose da custodire dei mesi andati, i più importanti li teniamo per ultimi: 157.680.000 bambini che in questo anno hanno visto la luce. Uno ogni cinque secondi. Vorremmo vederli salvi tutti… Già, vorremmo. (AD)

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