Alla riscoperta di una tradizione tanto antica quanto ormai diventata un po’ marginale. Quella di vestire le statue. E’ il tema della mostra “In confidenza col sacro” che sarà visitabile sino al 26 febbraio 2012 a Sondrio alla galleria del Credito valtellinese e al Museo valtellinese di storia e arte.
Ci si soffermerà, in particolare, sulle vallate al centro dell’arco alpino tra l’Alta Lombardia e la Svizzera meridionale, con uno sguardo aperto ai territori limitrofi. Verranno presentati al pubblico una ventina di capolavori in un allestimento raffinato e leggero. Accanto alle effigi mariane avvolte nello splendore di ori e sete, e quelle in “sottana” o “nude”, verranno proposti corredi tessili, gioielli, e filmati che illustreranno usanze e riti tuttora in uso.
L’esposizione è curata da Francesca Bormetti. Si potranno ammirare, in stragrande maggioranza, simulacri della Madonna che avevano il corpo, in molti casi un semplice “torsolo”, in legno o in altri materiali “poveri”, i volti modellati in modo naturalistico e gli arti generalmente snodabili. Addosso biancheria intima, corpetti e abiti, preziosi e corone, si trasformavano in sontuosi simboli sacri e costituivano un patrimonio di fede, prima ancora che d’arte, amato in tutto il mondo cattolico: dall’Europa all’America latina.
Portate in processione, ospitate sugli altari, venerate dalle confraternite, erano la testimonianza di una religione familiare, simile e vicina ai suoi credenti. Ma in seguito questi oggetti, ritenuti indecorosi e al centro di un culto a rischio di superstizione, vennero esautorati e sostituiti da immagini “moderne”, qualche volta in legno, ma anche in gesso o in plastica. Prodotti seriali, coloratissimi e di grande effetto scenico, però “freddi”, da vedere a distanza, non più da “accudire”.
Dei documenti scoperti negli archivi storici del territorio ricordano, per esempio, come alcuni di questi manufatti godessero di guardaroba che nemmeno una principessa poteva permettersi: in una chiesa veneziana la dotazione di una sola Vergine era di 61 diversi abiti completi. Le cerimonie di vestizione erano affidate rigorosamente a mani femminili cui toccava “far bella” la statua alla vigilia dell’annuale esposizione e della processione. Per prepararla al meglio, le incaricate facevano ricorso ai capi migliori, e in alcune zone era contemplato anche l’uso di profumi e del trucco per le labbra e il viso. In occasione della festa o di particolari circostanze bisognose di riti propiziatori o di riparazione, toccava invece agli uomini, in genere, porsele sulle spalle e portarle in giro lungo le vie del paese o anche percorrendo erte mulattiere di montagna.
Erano tantissimi gli oratori in cui si veneravano queste “statue vive”, con cui si entrava in “amorosa corrispondenza” donando anche solo semplici gioiellini, vestiti, fazzoletti, corone ed ex voto per grazie ricevute. Nella civiltà contadina, il fenomeno era straordinariamente diffuso. E il dichiarato auspicio di questo progetto è che venga promosso un rinnovato rispetto per questa forma d’arte mettendo in luce la necessità di un’adeguata conservazione. (Marco Fornara)

Giovan Battista Del Piaz, Madonna col Cristo morto, 1738, Poschiavo (CH), Monastero della Vergine Presentata (fotografia Massimo Mandelli)

Particolare del prezioso tessuto broccato dell’abito della Madonna del Carmine di Torre Santa Maria in Valmalenco (fotografia Massimo Mandelli)
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