I “Mali culturali” a Report. L’orgoglio e la cura

Aspettiamo con ansia. Domenica sera, durante la conferenza stampa di presentazione della manovra economica da 24miliardi, il ministro allo Sviluppo economico e alle Infrastrutture, Corrado [...]

Aspettiamo con ansia. Domenica sera, durante la conferenza stampa di presentazione della manovra economica da 24miliardi, il ministro allo Sviluppo economico e alle Infrastrutture, Corrado Passera, ha accennato alla costruzione di un piano per i Beni Culturali ed il Turismo. Il suo è stato solo un accenno, peraltro andato perduto nella mole d’informazioni “campali” sortite dalla serata. Dettagli al momento non abbiamo.

Ci auguriamo che si faccia presto e bene, prima che nell’Italia culla della Cultura da salvare non resti più nulla.

E torniamo sempre a domenica sera perché Report, il programma cult di Milena Gabanelli ha dedicato il servizio principale della trasmissione proprio all’enorme patrimonio culturale del Bel Paese. “Mali culturali”, il titolo del servizio firmato Stefania Rimini che, in puro stile Report ha infilato più che un dito, il braccio, nelle dolenti piaghe della gestione (o non gestione) dei beni culturali italiani.

Indagando con puntualità nel cosa si fa, ma soprattutto nel cosa non si fa per valorizzare il patrimonio e per far sì che questo tesoro inimitabile, impareggiabile, unico al mondo; da fonte di “grane” diventi una volta per tutte fonte di reddito, occupazione, benessere diffuso.

Il primo dato dal quale partire è quello turistico – e qui molti professoroni storcono il naso, come infastiditi dal fatto che il bene culturale debba essere fruito da tutti e non solo dai sapientoni ultra-conservatori che bazzicano certi nostri noiosissimi ma splendidi musei – . Siamo preda del mordi e fuggi, questo è parte del dramma. In media il turista resta in Italia tre giorni, in Francia sette. Alla visita di Pisa, tanto per citare l’esempio riportato da Report, il turista dedica solo mezza giornata. Il risultato è che a “guadagnarci” qualcosa è solo l’opera diocesana che gestisce la piazza dei Miracoli dove l’attiguo museo incassa 10-11 milioni l’anno.

Quegli introiti potrebbero essere moltiplicati più volte se tutta la città fosse fruita. Non va troppo meglio a Roma, dove mediamente la permanenza è due-tre giorni. Del tutto insufficienti per godere appieno delle innumerevoli bellezze della città. E così se il Colosseo è visitato da tre milioni di persone l’anno, esistono siti nel cuore archeologico più grande del mondo visti da nessuno.

NOI E GLI ALTRI

E’ sempre spiacevole dover fare paragoni con le buone pratiche adottate altrove. Ma un bell’esempio portato da Report è quello dei castelli della Loira. Appartengono a privati, ma tanto per adoperare un termine tanto caro in teoria  alla politica attuale  fanno “rete” e le loro attività sono garantite e protette da un “marchio”, offrono al visitatore una serie di servizi e l’ente pubblico li sostiene nelle spese di restauro. Annualmente generano un miliardo di utili, sono visitati da 8 milioni e mezzo di persone e forniscono 288mila posti di lavoro.

Il lavoro strategico su questi siti è partito però 40 anni fa. Potrebbero generare numeri paragonabili, se non superiori, le ville venete: 4238 siti divisi tra Veneto e Friuli, che hanno in comune solo un sito internet. Esiste un Ente per le Ville Venete, ma l’attività è alquanto limitata. In pratica ogni proprietario fa da sé con la conseguenza che questo patrimonio rende alla collettività poco, o nulla.

 

TRA PUBBLICO E PRIVATO 

Il discorso ne richiama immediatamente un altro: quello delle difficoltà di dialogo, tanto per usare un eufemismo, tra pubblico e privato. E qui la lista delle cose da rivedere è davvero lunga.

Donazioni “bistrattate” da comuni ed enti locali che non hanno soldi per i restauri, gare d’appalto per servizi di bar o ristorazione nei siti archeologici e nei musei andate deserte perché i luoghi in questione sono poco visitati, mancanza di una legge che defiscalizzi le donazioni a favore dei Beni Culturali, fondazioni costrette a pagare l’iva sui lavori di restauro (è il caso del benemerito Fondo ambiente italiano); mancanza di regole univoche che il privato che sia proprietario di un bene culturale possa seguire per garantirne mantenimento e fruibilità…

 

Certo i fruttuosi esempi di collaborazione non mancano, come il caso dei buoni interventi recupero Packard Humanities Institute ad Ercolano (leggi articolo) o quello della fondazione  Ravennantica, sodalizio di uomini e donne di buona volontà che ha dato vita al Tamo, mostra permanente del mosaico  e reso visitabile – tra l’altro – la domus dei tappeti di pietra – a lungo chiusa e visitata l’anno scorso da sessantamila persone.

Ma vogliano ricordare anche un caso opposto, quello di Urbano Barberini, discendente della nobile famiglia romana che provocatoriamente ha messo in vendita ad un euro ad un “paese civile” il ponte Lupo, un magnifico manufatto di duemila anni nell’Agro pontino che avrebbe bisogno di urgenti interventi di restauro, ma le cui istanze non trovano ascolto.

 

IL MARCHIO, LA RETE, LA FRUIZIONE

Un dossier di due anni fa pubblicato dall’Associazione Civita denunciava come i nostri musei archeologici fossero belli e impossibili, ovvero ricchi di opere meravigliose ma poco visitati.

Colpa della mancanza di servizi al visitatore, di iniziative promozionali e culturali, di guide efficaci, e sono difficili da visitare, perché in gran parte ancora concepiti in maniera ottocentesca (leggi qui l’articolo dedicato al dossier). Un esempio opposto, il Getty Museum di Los Angeles, ingresso gratuito ma parcheggio a pagamento (20 dollari), possibilità di mangiare in buon ristorante a prezzi adeguati, una fornitissima libreria, tante iniziative pensate per la famiglia ed i bambini. Superfluo dire che il bilancio è sanissimo.

Legato al Getty è il caso noto della Venere di Morgantina (leggi articolo), ritornata in Italia con tanto clamore diversi mesi fa. E’ stata collocata nel museo di Aidone, in provincia di Enna. A Ferragosto è stata visitata da sole 570 persone che si sono sobbarcate il viaggio di un paio d’ore per arrivare al paesello montano, dove peraltro c’è ben poca accoglienza per il turista. E non basta un app per parlare di modernità. Alla Reggia di Caserta il Mibac ne ha realizzato uno, peccato che nella stessa città nessuno quasi sappia nulla.

Un altro studio di qualche tempo fa, promosso dalla Camera di commercio di Monza e Brianza (leggi articolo) calcolava in 400 miliardi il valore del brand di alcuni tra i monumenti italiani più noti. Valore che non riguarda il patrimonio tangibile ma è legato all’immagine e alla visibilità del marchio. Peccato che il brand cultura sia tanto mal speso. Gli Uffizi, per esempio, museo visitato da 1milione e 600mila persone l’anno, non ha un marchio, non ha sito con il proprio nome, lo si può trovare all’indirizzo www.polomuseale.firenze.it cosa che per il visitatore straniero non è agevole.

Digitando Uffizi sulla versione in inglese di Google, il Polo museale è la quattordicesima voce; preceduto da una serie di agenzie private che godono del nome Uffizi e che vendono i biglietti del museo a chissà quale prezzo. E’ calcolato che il 65 per cento dei turisti europei fa le sue prenotazioni via Internet, ma in Italia non tutti se ne sono ancora accorti.

 

IL DEGRADO

L’affresco non sarebbe completo senza accennare al degrado che affligge una parte considerevole del nostro patrimonio. Dal sito borbonico di Carditello, devastato da vandali e incuria, alla Villa Reale di Monza, dai manufatti romani dell’Agro pontino assediati dall’amianto, alla discarica che lambirà Villa Adriana, alla ben nota situazione di Pompei, la mappa è desolante.

Per lunghi anni il nostro patrimonio è stato trattato malissimo dalla classe politica, che non lo ha mai ritenuto degno di un’attenzione che superasse lo stretto discorso emergenziale, spesso sono mancati i soldi, sempre è mancata una strategia complessiva che alle esigenze di tutela conciliasse il fattore sviluppo e che alla necessità di mantenere integro quel “ben di Dio” sposasse precisi progetti di valorizzazione e di ritorno economico.

Abbiamo ignorato che quelle chiese, quei musei, quelle pietre antiche fossero la nostra identità ed abbiamo  vissuto – e in parte viviamo ancora – di rendita, affidando a sovrintendenze sempre più depauperate il compito di guardiani. Ci siamo affidati alla bellezza lasciando che le cose andassero da sé, con presunzione abbiamo creduto che tanto era grande la nostra Storia da poterci permettere il lusso di lasciarla finire in malora. E adesso che l’economia globale ci chiede di trovare risorse, è arrivato il momento di sfoderare nel nome di ciò che siamo, e per ciò che hanno fatto i nostri padri, orgoglio e cura.  (AD)

© Riproduzione riservata

Leggi anche...

Tag