Dal 7 dicembre al 9 aprile 2012 I Borghese e l’Antico, alla Galleria Borghese, mostra realizzata dalla soprintendenza per il Polo museale di Roma con la collaborazione del Museo del Louvre. Sessanta tra i più importanti capolavori dell’arte antica appartenuti alla Collezione Borghese, oggi nucleo essenziale della raccolta di antichità del Museo del Louvre di Parigi, tornano nella loro sede originaria dopo 200 anni. (www.galleriaborghese.it)
La mostra, inclusa nelle manifestazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è curata da Anna Coliva, direttore della Galleria Borghese, Marie‐Lou Fabrega Dubert, Chargée de mission département des Antiquités grecques, étrusques et romaines del museo del Louvre, Jean‐Luc Martinez, direttore del dipartimento delle antichità etrusche, greche e romane del Louvre, Marina Minozzi, direttore coordinatore della Galleria Borghese.
Tra i pezzi più significativi che tornano a casa: il Vaso Borghese, con scene dionisiache, l’Ermafrodito dormiente restaurato da un giovanissimo Bernini, il Sileno e Bacco bambino, Le tre Grazie e il celebre Centauro cavalcato da Amore.
La spoliazione costante di opere d’arte antica dall’Italia è fenomeno secolare e purtroppo – grazie al mercato clandestino – non ancora finito. Con Napoleone l’appropriazione fu organizzata e sistematica, realizzata soprattutto per fini ideologici. Da Villa Borghese a Parigi, in seguito all’acquisizione della collezione ordinata da Napoleone nel 1806 e ufficialmente conclusasi un anno dopo, passarono 154 statue, 160 busti, 170 bassorilievi, 30 colonne e vari vasi che oggi costituiscono il fondo Borghese del Louvre. L’acquisto della collezione del cognato, il principe Camillo Borghese, fu ritenuto così importante dall’ imperatore che personalmente affidò il compito a Dominique-Vivant Denon, direttore dei musei imperiali, e a Ennio Quirino Visconti , il “sorvegliante” delle antichità romane in quello che allora era il Musée Napoléon ed ora è il Museo del Louvre. Visconti apparteneva a una dinastia di antiquari che curava le collezioni del papa. Fu lui che stimò che ogni pezzo della collezione e che presentò una valutazione globale. Il principe Borghese era riluttante, ma la Francia alla fine gli offrì l’enorme cifra di 13 milioni di franchi, più del doppio dei 5 milioni stimati da Visconti. E lui accettò. Per il giovane museo, inaugurato solo nel 1793 le acquisizioni arricchivano le raccolte con la più grande collezione privata d’antichità del mondo. Alcune sculture, come Il Gladiatore, avevano suscitato grande ammirazione fin dai tempi del Rinascimento, altre erano ritrovamenti più recenti, provenienti da scavi condotti nei dintorni di Roma su terreni di proprietà dei Borghese.
A causa del blocco navale voluto dall’Inghilterra, il trasporto marittimo da Roma alla Francia fu impossibile. E non senza difficoltà e una serie di grossi problemi organizzativi, si decise che le antichità avrebbero valicato le Alpi, trascinate da carri con buoi e inscatolate in casse di legno. Tra disguidi, minacce inglesi e sfuriate imperiali, occorsero tre anni per portare l’intera collezione a Parigi. Nel 1811, nella Sala delle Cariatidi finalmente aperta nel Musée Napoléon si organizzò una mostra temporanea delle opere, lasciando più della metà delle scatole chiuse. Ironia della sorte, solo dopo la definitiva sconfitta di Napoleone, nel 1815, la maggior parte della collezione poté essere mostrata al pubblico.
Le opere della raccolta Borghese sono certamente alcune delle sculture più famose dell’antichità. Come “Il Gladiatore”, forse il pezzo più prezioso di tutta la collezione, col corpo drammaticamente flesso mentre alza un braccio alzato per respingere un colpo. Scolpito intorno al 100 aC, cosa rara, mantiene la firma del suo creatore, uno scultore greco di Efeso chiamato Agasias, figlio di Dositheos.
Trovato ad Anzio, a sud di Roma, è menzionato già nel 1610. E poi il celebre Vaso Borghese, una monumentale urna greca larga 172 centimetri e alta quasi 69 , con scene mitologiche scolpite in bassorilievo ai lati. Fu scavata a Roma nel 1583, nei giardini di Sallustio. E i ritratti storici che tanto piacevano a Napoleone, come il busto dell’imperatore Marco Aurelio scoperto nel 1674 ad Acqua Traversa presso Roma, il busto di Lucio Vero trovato lì nel 1720, o il busto di Agrippa (forse) scoperto nel corso degli scavi 1792 a Gabiese. E ancora, il prigioniero barbaro del II secolo dC , restaurato – con gusto barocco – dal Pietro Bernini nel secolo XVII e ancora, L’Ermafrodito dormiente, copia romana di un originale greco del II secolo aC, restaurato da Larique e adagiato su un materasso scolpito nel 1620 sempre dal Bernini.
Non sembra un pezzo antico, ma come la storia insegna, l’antichità è stata sempre piegata ai gusti e alle ideologie della contemporaneità per soddisfare nuove visioni del mondo. E se era il sogno e l’armonia a prevalere per gli uomini del Rinascimento o dell’età barocca, per l’Impero o secoli dopo, per l’età fascista, la scultura antica doveva mantenere intatta la sua gravità, in sintonia coi rombi di guerra.

Centauro cavalcato da Amore Replica del II secolo d. C di un originale del II secolo a. C marmo – h. 147 cm Paris, Musée du Louvre, Département des Antiquités grecques, étrusques et romaines © 2011 Musée du Louvre / Thierry Ollivier

Vaso Borghese Scuola neo‐attica della fine del I sec. a.C Marmo pentelico ‐ © 2003 Musée du Louvre / Etienne Revault

Ermafrodito ‐ particolare Prima metà del II secolo d.C. circa Restaurato da Gian Lorenzo Bernini e David Larique marmo lunense ‐ Marmo ‐ © 2011 Musée du Louvre / Thierry Ollivier

Ermafrodito ‐ Prima metà del II secolo d.C. circa Restaurato da Gian Lorenzo Bernini e David Larique marmo lunense ‐ © 2011 Musée du Louvre / Thierry Ollivier

Sileno e Bacco fanciullo I‐II sec. d.C da un originale realizzato da Lisippo nel IV sec. a.C marmo – h. 190 cm © 2011 Musée du Louvre / Thierry Ollivier

Ritratto di Lucio Vero Testa del 180 d.C. circa, montata su un busto moderno di Carlo Albacini marmo – © 2008 Musée du Louvre / Daniel Lebée et Carine Déambrosis

Venere marina 160 d.C. circa Marmo – h. 180 cm, © 2006 Musée du Louvre / Daniel Lebée et Carine Deambrosis
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