Non è solo una questione di soldi, la gestione del patrimonio culturale italiano richiede nuove logiche e un’attenzione che sino a questo momento la politica ha negato.
Riuscirà il neo ministro, Lorenzo Ornaghi, 63 anni, dal 2002 rettore dell’Università Cattolica a far valere con autorevolezza le istanze che arrivano dal mondo della cultura? Riuscirà a fermare lo stillicidio delle risorse, conciliare il bene pubblico con il necessario intervento privato sulla tutela del patrimonio, sciogliere quei nodi che i suoi predecessori Bondi e Galan non hanno saputo sciogliere, contribuendo a precipitare di fatto il dicastero alla serie B degli organi di Governo?
Affermare con forza l’importanza della cultura come motore di sviluppo e di crescita sociale, restituire all’opinione pubblica e alla politica l’idea che la cultura sia un investimento produttivo e non un bene di lusso che questa “povera” Italia non può più permettersi, sono tra i primi interventi (e volendo sono pure a costo zero), a cui Ornaghi è chiamato a dare seguito. Famiglia Cristiana parla di restituire “dignità al dicastero”. Sottoscriviamo.
L’investitura di Ornaghi al Mibac ha sollevato anche perplessità. In un governo di tutti tecnici, c’è chi come il critico d’arte Michele Dantini sottolinea come la scelta Ornaghi, (oggi forse il politologo più vicino al cardinale Camillo Ruini, presidente della Commissione episcopale italiana) possa leggersi come una nomina politica.
Tanto più che il dicastero sembrava già naturalmente assegnato a Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e, per cinque anni (’94-’99) del Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles. L’incarico lo avrebbe restituito alla responsabilità dei Beni culturali dopo le dimissioni dalla presidenza del Consiglio superiore per i beni culturali rese nel febbraio del 2009 in contrasto con l’allora ministro Bondi.
Incarico tecnico o politico che sia, il neoministro deve confrontarsi con diverse priorità, da affrontare alla luce dei 3 miliardi di tagli che le Finanziarie hanno imposto alla cultura nel quinquennio 2008-2013.
Il salvataggio di Pompei, il completamento della Grande Brera (querelle lunghissima se consideriamo che doveva essere finita nel 2001); il regolamento degli enti lirici a cui il vecchio governo ha imposto il criterio dell’autofinanziamento e della riduzione dei fondi e ancora; e la nomina del presidente della Biennale di Venezia, dopo il passo indietro di Giulio Malgara (nome imposto da Berlusconi-Galan) e la richiesta pressoché unanime del mondo della cultura di una riconferma di Paolo Baratta.
E queste sono solo le questioni più scottanti, sotto la cenere altre istanze non meno significative, pronte a emergere al primo soffio di vento.
© Riproduzione riservata


