Giò Pomodoro, il sole tra le mani

Google si ricorda dell’81mo compleanno di Giò Pomodoro e con un doodle che richiama direttamente una sua opera, lo ricorda anche a noi.  Scomparso nel [...]

Google si ricorda dell’81mo compleanno di Giò Pomodoro e con un doodle che richiama direttamente una sua opera, lo ricorda anche a noi.  Scomparso nel 2002, Giò Pomodoro era fratello d’arte, più di lui riconosciuto maestro della scultura astratta internazionale.

Giò  nacque  nel 1930 a Orciano di Pesaro, dove frequentò l’Istituto Tecnico per Geometri -. A metà degli anni ’50, il trasferimento a Milano. Iniziò ad esporre nel 1954 alla Galleria Numero di Firenze e alla Galleria Montenapoleone.

Nel 1955 le sue opere approdano nelle migliori gallerie italiane del tempo: Galleria del Cavallino (Venezia), Galleria del Naviglio (Milano) e Galleria dell’Obelisco (Roma). Nel 1956 è invitato alla Biennale di Venezia, e nel 1959 espone a Kassel per Documenta II. All’inizio degli anni ’60, aveva già costruito il suo lungo curriculum di mostre personali in tutta Italia e in Europa.

Le sue forme astratte, le sue geometrie come complessi simboli in arrivo dal passato ci parlano di una cultura millenaria della quale l’artista si rende naturalmente erede.   Una certa continuità caratterizza lunga carriera di Pomodoro.

Come l’artista diceva: “Ognuno dei miei lavori è legato al precedente e successivo, anche se questo non sempre accade in un percorso lineare“. Divise il suo lavoro in quattro momenti: “Segni nel Negativo” (1953-1959), “Superfici in tensione” (1958-1972), “Opere in pietra” (1970-1980) e “opere monumentali in pietra e bronzo” (dal 1980 in poi).

E così se negli anni ’50 è ancora fortissima la spinta “modernista”, l’influenza delle avanguardie culturali, i decenni successivi lo porteranno a sperimentazioni che non escludono il passato ma pure cercano altro, dalle contaminazioni con l’architettura, negli anni ’70 alle sculture abitabili, a quella mitologia solare che tanta parte occupa nella sua opera.

Mitologia che si fa scienza, attenzione agli studi di fisica, matematica, astronomia che pure arrivano da sapienze lontane. Disse nel corso di un’intervista realizzata qualche anno fa: ”Le mie idee sulla scultura, idee e considerazioni che ho sviluppato attraverso 50 anni di lavoro provengono non solo dalla mia esperienza di scultore, ma anche dalla mia vita personale e la storia e la cultura del mio paese, con i suoi legami alla cultura mediterranea. Uno scultore deve avere radici profonde nel suo paese.

Nei tempi antichi, i menhir sono stati sollevati intorno le coste del Mediterraneo: muti, solitari, fori presenze di pietra. Conficcati nel terreno, sono la testimonianza della volontà ancestrale dell’umanità e la necessità fondamentale di radicamento e di identificazione con la terra. Le pietre da taglio che noi chiamiamo “menhir” stanno in spazi aperti: uno spazio completamente vuoto. Menhir testimoniano e rappresentano elementi contrastanti: l’aria e la terra, il movimento e la stasi. Essi rappresentano la centralità della terra e del punto in tutte le direzioni.

Essi simboleggiano l’incontro e la coesistenza delle differenze. Ritengo che il menhir sia il prototipo di tutte le sculture”.

(foto di testa: Marco Buroni)

 

 

 

 

 

 

 

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