Un uomo della protezione civile a capo degli scavi archeologici di Pompei (Marcello Fiori), e che, malgrado la provenienza, non riesce a fermare il dissesto che attanaglia il sito archeologico più importante d’Italia. Un ministro della Cultura, aspirante bardo, Sandro Bondi, capace di versi d’irresistibile mediocrità (Antro d’amore/ Rombo di luce/ Parole del sottosuolo/ Fiume di lava/ Ancora di salvezza …sapete a chi era riferita tanta ispirazione? A Giuliano Ferrara).
Ministro che nomina, nel 2008, il venditore di hamburger Mario Resca, già presidente di McDonald’s Italia, a suo consigliere per le politiche museali. Qualche mese dopo, lo stesso verrà promosso a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presso il Mibac. La polemica è globale, ed i “nostri” alimentano abbondantemente il discredito, come quando Resca dichiara al Daily Telegraph che “resti romani” come Pompei, Ercolano e il Foro romano sarebbero uno scenario spettacolare “per il lancio di nuovi prodotti”.
Poi, a marzo del 2010, arrivano le dimissioni di un Bondi sopraffatto dalle critiche. Prende il suo posto Giancarlo Galan, laurea in legge, già governatore del Veneto, con una carriera esplosa in Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Mediaset). Anche per lui qualche “sfortuna” di troppo: la nomina di Paolo Malgara alla presidenza della Biennale, che ha mobilitato mezzo mondo culturale italiano a favore del predecessore, Paolo Baratta, che aveva fatto benissimo.
Poi l’infelice disputa col sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per la sopravvivenza del festival cinematografico capitolino (reo di fare concorrenza alla Mostra di Venezia); e mentre con le prime piogge d’autunno Pompei continua a dare segni di un inarrestabile degrado, Galan assicura che esiste un “piano” da 105 milioni di euro. Poi si scopre che i milioni – soldi europei – sono 85 e neppure tutti destinati all’area archeologica.
Insomma, il governo dimissionato, con il patrimonio culturale ha mostrato avere qualche problema di troppo. Ricordate i mesi scorsi? La crisi ci morde le caviglie, la mannaia dei tagli non risparmia nessuno, tantomeno la cultura. Ed è protesta diffusa; dagli enti lirici ai teatri di prosa, dal mondo del cinema alle istituzioni museali, le decurtazioni mettono a rischio la sopravvivenza di stagioni, eventi, scuole, produzioni.
Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti dirà la sola frase che lo farà passare alla storia: “Con la cultura non si mangia”. E ci fermiamo ma non prima di ricordare l’esternazione del ministro con deleghe all’Università e alla Ricerca, Maria Stella Gelmini, che in occasione della scoperta di un possibile superamento della velocità della luce da parte dei neutrini lanciati dal Cern alla volta dei laboratori di fisica del Gran Sasso, evoca l’esistenza di un tunnel di 780 chilometri che collega Ginevra a L’Aquila. E adesso ci fermiamo davvero, perché vedere trattata così la cultura fa male al cuore – oltre che all’economia – e dovrebbe ferire ogni italiano.
Adesso si volta pagina. Stasera, secondo tabella di marcia Mario Monti renderà noti i nomi dei ministri del suo Governo. Le voci s’inseguono, saranno tutti tecnici, forse sì, forse no, e tra i nomi che circolano ecco ordinari, o rettori di prestigiose università.
Per la cultura andrà meglio, vogliamo esserne certi. Non facciamo nomi, non giochiamo al toto ministro, andiamo avanti. Mario Monti è chiamato a muoversi su due piani: salvarci dal disastro economico e parallelamente prendere provvedimenti che rimettano in moto l’economia. Per far crescere il Paese la cultura è imprescindibile, il nostro gigantesco patrimonio culturale – fonte di danaro e di turismo – è imprescindibile, lo sono i nostri musei e i nostri artisti, i bravi registi, i teatri, le orchestre e tutti quei ragazzi che, animati da irresistibile passione, ancora s’iscrivono ai Conservatori e alle Accademie, pur sapendo che non avranno alcun futuro.
Per questo crediamo che in Italia il ministero per i Beni culturali dovrebbe avere la stessa importanza del dicastero degli Interni, almeno. Quando l’esperienza Monti sarà finita vorremmo poter dire che è stato anche “il governo della cultura”. Ed è un augurio che facciamo a noi tutti prima ancora che al professore. (AD)
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