Viene presentato come un “documentario emozionale”, 11 metri è un omaggio commosso ad Agostino Di Bartolomei: l’ex capitano della Roma che si tolse la vita nel ’94. Un ritratto dell’uomo e del campione, del capitano dello scudetto dell’83 e del suo mistero. Realizzato da Francesco Del Grosso, il docufilm passerà oggi al Festival del film di Roma. E il red carpet sarà giallo-rosso, malgrado il forfait di capitan Totti, sostituito per l’occasione da Daniele De Rossi.
Era il 30 maggio del 1994, quando trovarono Di Bartolomei morto nella sua casa di San Marco di Castellabate, nel Cilento, s’era sparato un colpo di pistola in pieno petto. Poco dopo fu trovato un biglietto “mi sento come in un buco”, scriveva e fu chiaro a tutti che il gesto fu dettato dalle porte che il calcio gli aveva chiuso in faccia. Voleva realizzare una scuola, per insegnare ai ragazzini le magie dello sport più bello del mondo, sport magico ma “semplice”, come diceva lui. Dieci anni prima, nello stesso giorno, la Roma aveva perso la finale di Coppa dei campioni contro il Liverpool. Ed anche quella data fu intesa come un messaggio.
Nel docufilm Francesco Del Grosso fa parlare i familiari, gli amici, i compagni di squadra, i massaggiatori, i medici, i sindaci. E il ritratto si compone, emerge con sorpresa - se pensiamo ai palestrati in mutande di oggi – l’immagine di un uomo che amava la cultura, uno che andava con il mister (Liedholm) in giro per mostre e per musei. Era schivo ma per la Roma del “barone” fu bandiera e forza coagulante e questo lo capirono anche i tifosi che impazzivano per la potenza di quelle punizioni che “poteva tirare anche da casa”. Mai polemico, mai un parola di troppo in pubblico, neppure contro Bearzot che – incomprensibilmente – non lo chiamò in Nazionale. Di Bartolomei era un uomo integro, e infatti ad un certo punto il calcio decise di fare a meno di lui. Oggi la nuova proprietà giallorossa progetta nel suo nome iniziative dedicate ai ragazzi.
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