Steve Jobs, Apple, la comunicazione

Il mondo s’inchina a Steve Jobs. Potenti, magnati della new economy, artisti, gente comune, tanta gente comune. Il guru del “pensare diverso” (Think different, ricordate? [...]

Il mondo s’inchina a Steve Jobs. Potenti, magnati della new economy, artisti, gente comune, tanta gente comune. Il guru del “pensare diverso” (Think different, ricordate? Era uno degli slogan più riusciti della storia della pubblicità), il creatore, il visionario, il rivoluzionario paragonato ad Einstein e a Newton è onorato come l’ultimo grande maestro del pensiero.

Non sminuiamo la portata del suo genio se ci chiediamo che mondo nuovo è quello che ha bisogno ancora di profeti. E siamo certi che questa morte prematura rischia di alimentare ulteriormente un’idolatria che lui non avrebbe apprezzato.

 

Lui così “dentro” la controcultura di matrice anni ’60, lui che spronava i giovani a stupirsi e ad essere “affamati”, lui così minimalista nell’aspetto e distante, per le cose stesse che creava, dal culto della personalità. Ma la celebrazione di Jobs non è che agli inizi – temiamo – presto arriveranno film, libri, analisi, monografie. Tutti saranno pronti a spaccare il capello in quattro, a prendere la sua breve e intensa vita e sezionarla, svelarne i segreti più intimi. Tutti pronti a dirci della sua immensità o, al contrario, a mettere il dito nelle sue fragilità di uomo, come quella sorella scrittrice, Mona Simpson che nel 1997 costruisce attorno alla sua vita un romanzo (A Regular Guy edito da Vintage Books) indagando sul rapporto con una figlia non voluta e rifiutata.

Molti andranno a ficcanasare nel cestino dei rifiuti, parleranno del padre biologico al quale Steve ha rifiutato il perdono (ma il perdono è cosa troppo importante e intima per darla in pasto ai media), rintracceranno i segnali di quella sua relazione con Joan Baez, del presunto matrimonio segreto e del più ancora presunto figlio. E quando ormai saranno a corto di scandali guadagneranno i loro 15 minuti di celebrità costruendo castelli di nulla.

Non si scappa, purtroppo, è la regola di questo mondo della comunicazione spinta che  – con ben altri intenti e strumenti, è chiaro – anche Steve Jobs ha contribuito a costruire.

Era 1997, Ridley Scott firmò uno degli spot più belli di sempre. In Italia la voce guida era quella di Dario Fo, Jobs era da poco ritornato in Apple. Gli anni ’90 non erano stati un granché per l’azienda di Cupertino, ma tempo una manciata di anni e la musica cambierà, sia in termini letterari sia metaforici: l’Ipod e tutte le innovazioni successive promosse da Jobs porteranno la “mela” nell’empireo. Il prezzo delle azioni Apple è cresciuto più del 9.000 per cento dal momento del rientro di Jobs nella società.

STEVE E LA COMUNICAZIONE

Quanto sia stata importante, malgrado l’aggravarsi della malattia, la figura di Jobs all’interno di Apple ce lo diranno in questi giorni i mercati azionari. Le cifre sono fredde, ma spiegano ciò che le parole non possono.

E mentre si cerca d’immaginare il futuro del mondo digitale senza di lui, c’è qualcosa che vede concordi gli analisti economici del mondo intero. Steve Jobs è stato il più grande genio del marketing che sia apparso sulla scena globale. Dopo di lui, il vuoto. Una sua frase in proposito è passata alla storia: alla domanda su quali ricerche di mercato la Apple avesse adottato per l’iPad, Jobs rispose: “Nessuna. Non è compito dei consumatori sapere quello che vogliono “.

Non era una frase buttata lì per caso, Jobs capiva istintivamente quello che poteva essere interessante, sapeva che oltre ad essere interessante doveva essere “emozionalmente” allettante, sapeva che doveva essere un oggetto tecnicamente affidabile  e conosceva l’arte di ottenere potenziali consumatori prima ancora che i suoi prodotti venissero lanciati. C’era sempre qualche rumor strabiliante pronto ad uscire dai corridoi di Cupertino, o un dipendente distratto che lasciava al bar un foglio interno. E proprio due giorni fa, quando il mondo ha scoperto che non era l’Iphone 5 – del quale tanto si rumoreggiava – ma la serie 4S ad essere messa in vendita il 14 ottobre (negli States, da noi arriva il 28), il titolo azionario è sceso di 3 punti. Ma le strategie e su tutto le “mitiche” presentazioni dei nuovi prodotti Apple fatte da Jobs, il suo linguaggio, le sue pause, il suo saper creare l’aspettativa e montare l’evento attorno alla presentazione, sarebbero state nulle se non ci fosse stato nulla da dover presentare. Insomma, l‘iPhone o l’iPad, anche l’iPod, si sarebbero venduti in milioni di pezzi anche senza Jobs? La risposta può essere sì. Perché nessun comunicatore riuscirebbe a sostenere lungamente un bluff. E Jobs non bluffava.

Certo, quando è uscito l’I-Pad sono stati in tanti a chiedersi se davvero se ne sentiva il bisogno, in tanti ne hanno messo in dubbio l’utilità. Posizioni che possono ancora essere condivise, anche se i dati di vendita ci dicono che quell’inutile tavoletta è amatissima. Gli acquisti record di iPad e iPhone nel trimestre che si è concluso a giugno, hanno portato nelle casse della “mela” un profitto più che raddoppiato, calcolato a 7,31 miliardi dollari e le vendite complessive sono salite dell’82 per cento (28,6 miliardi dollari).

Del resto, garantiva Jobs.

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