Caravaggio è volato a Cuba

Trasferta oltre oceano per Michelangelo Merisi. Sino al 27 novembre, il museo nazionale di belle arti di L’Avana ospita la mostra “Caravaggio a Cuba”. Per [...]

Trasferta oltre oceano per Michelangelo Merisi. Sino al 27 novembre, il museo nazionale di belle arti di L’Avana ospita la mostra “Caravaggio a Cuba”.

Per la prima volta, un capolavoro del maestro lombardo, il “Narciso che si specchia nella fonte”, insieme ad altri 12 quadri di pittori a lui legati, hanno attraversato l’Atlantico per giungere nella capitale, quali ambasciatori dell’arte tricolore. Un’occasione unica per ammirare opere che dimostrano come il linguaggio, originale e personalissimo, di Caravaggio, sia stato declinato in base alla diversa espressività degli altri interpreti del Naturalismo.

I visitatori hanno modo di approfondire un periodo fondamentale che ha visto Roma interessata da una profonda trasformazione attuata nel corso del primo trentennio del Seicento. Oltre ai mutamenti dovuti alla riforma luterana e al Concilio di Trento, che segnarono il nuovo volto della parte ecclesiastica, si assisté a una vera e propria rivoluzione culturale che elesse il Papato a meta obbligata di pittori, architetti e scultori provenienti dal resto d’Europa.

Il rinnovamento artistico dell’Urbe coincise con l’arrivo di Merisi nel 1592: le sue innovazioni determinarono l’inizio di una nuova epoca. Scrittori e committenti ben presto, davanti ai dipinti di Caravaggio, reagirono con fervore.

Gli elementi al centro sia di aspre critiche che di profonda ammirazione furono la concezione con cui elaborò aspetti della cultura profana, e l’adozione di uno stile inedito nelle pale d’altare basato su un uso drammatico della luce, sull’assenza di ogni idealizzazione nei personaggi che popolano le sue composizioni, su soggetti ripresi dalla strada e specialmente sul formato “al naturale” delle figure, poste sempre in primo piano.

Caravaggio, Narciso

 

La breve parabola capitolina di Merisi si concluse  tragicamente nel 1606, data dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni, avvenuto per mano dell’artista nel corso di una rissa. La successiva fuga da Roma, dove non farà più ritorno, fece calare il sipario sulle dispute che avevano accompagnato la presentazione dei suoi lavori pubblici e sui rapporti di committenza con i grandi mecenati.

Prese allora avvio il suo peregrinare convulso alla ricerca del perdono che lo condurrà da Napoli a Malta e alla Sicilia, con passaggi veloci che comunque diffonderanno maggiormente la sua notorietà. Nel frattempo, i suoi quadri – per le chiese e per le pareti di palazzi gentilizi e quelli “fatti per essere venduti” – continuarono a essere copiati, imitati, acquistati e gelosamente conservati. Su di essi si formò più di una generazione di artisti, dai primi seguaci italiani a quelli stranieri giunti sulle rive del Tevere. Senza perdere di vista il carattere disomogeneo del caravaggismo, attuato dai vari interpreti sulla base delle proprie esperienze e formazioni, l’evento accosta al bellissimo Narciso un insieme di opere autografe e documentate dei pittori a lui legati, scegliendo tra questi quelle in cui maggiormente loro si avvicinano alle tematiche e ai modelli di Merisi.

 

Il percorso comincia con il romano Giovanni Baglione e la sua tela con l’”Ecce homo” della galleria Borghese che tratta un tema caravaggesco offrendone una variante per certi versi ancor legata alla rappresentazione tradizionale con la scena a tutta figura. E gli studi effettuati per questa esposizione hanno rilevato hanno rilevato la firma e la data (1606) finora mai scoperte.

Dell’altro romano Tommaso Salini, invece, si propone un “San Giovanni Battista” che pare costruito sul modello del Bacchino malato, di Bartolomeo Manfredi da Ostiano il celebre “Bacco e un bevitore” di significato oscuro, ma realizzato con il cosiddetto Manfrediana methodus”, e di Hendrich van Somer il “San Gerolamo” che sembra meditato sugli originali di Merisi. In mostra, infine, capolavori dei romani Orazio Borgianni, Artemisia Gentileschi e Angelo Caroselli, dell’emiliano Lionello Spada e del pisano Orazio Gentileschi. (Marco Fornara)

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