Nella Libia del post Gheddafi l’occidente s’interroga su quale paese della “santa alleanza” beneficerà maggiormente di gas e petrolio. Ma cosa sarà dei tesori archeologici? Irina Bokova, direttore generale dell‘Unesco, nei giorni scorsi ha fatto appello ai libici, soprattutto ai non professionisti del mercato dell’arte e delle antichità, di proteggere i propri beni culturali.
Il saccheggio, il furto e l’occultamento sono peraltro condannati dalla Convenzione Unesco del 1970. La Bokova ha dichiarato: “Il patrimonio culturale è importante soprattutto per la capacità dei cittadini di mantenere la propria identità e il
rispetto di sé, trarre beneficio dalla loro diversità e dalla storia, costruire un futuro migliore per se stessi. Pensando a queste verità eterne chiedo al popolo libico e ai cittadini dei paesi vicini, di non risparmiare alcuno sforzo per proteggere il patrimonio culturale senza prezzo della Libia”. E se combattere il commercio illegale e l’esportazione dei beni culturali è
fondamentale per il futuro stesso della Libia, è innegabile che l’insidia arriva anche dall’esterno, da quei collezionisti senza scrupoli pronti a giustificare ogni ricettazione con la scusa di sempre, ovvero col presunto salvataggio di opere altrimenti destinate al degrado. Bugie, è furto, semplicemente furto, con l’aggravante che portare via da un paese qualche preziosa testimonianza del passato è rubare l’anima, saccheggiare la memoria di un popolo.
I precedenti sono dolorosi e recenti, dall’Iraq all’Egitto la spoliazione di guerra ha mietuto vittime.
I professionisti del mercato dell’arte, quelli che gli scrupoli se li fanno, dovranno dunque controllare accuratamente gli oggetti provenienti dalla Libia e prestare particolare attenzione, verificando il database internazionale delle opere rubate in modo da garantire che l’oggetto abbia lasciato il paese legalmente.
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