Arte contemporanea. Quei Borsalino che parlano d’identità, a Venezia

Nel mare immenso della 54ma Biennale d’arte di Venezia, partita esattamente due mesi fa, c’è un’opera fatta di cappelli. Lo propone Anila Rubiku nell’ambito del [...]

Nel mare immenso della 54ma Biennale d’arte di Venezia, partita esattamente due mesi fa, c’è un’opera fatta di cappelli. Lo propone Anila Rubiku nell’ambito del padiglione Albania curato da Riccardo Cadura (Spazio Rolak, Giudecca 211/b) con la collaborazione della  Fondazione Borsalino.
Hats Protect Ideas” il titolo dell’installazione che attraverso l’universo simbolico del cappello (rappresentazione di identità, ruolo e condizione sociale), mette in scena il dramma individuale degli immigrati e, più in generale, la condizione di diversità, e lo stato di attesa di chi, in bilico tra passato e presente, è alla cerca di una nuova identità.

La Rubiku (Durazzo, 1970) è un’ artista conosciuta a livello internazionale per le sue opere dedicate a temi contemporanei in cui la manualità diventa espressione dell’impegno e della partecipazione alle grandi questioni sociali.
In “Hats Protect Ideas” 60 cappelli in feltro da uomo recano i ricami fatti a mano da donne straniere di diverse nazioni, immigrate in Italia e che qui vivono da tempo. Sessanta frasi emblematiche oppure disegni che propongono altrettanti diversi racconti sul difficile percorso che uno straniero si trova ad affrontare verso l’ottenimento di una nuova cittadinanza.
Ogni cappello dell’installazione è il racconto dell’esperienza di ogni migrante e quella dell’artista. Storie individuali che insieme diventano voci di un racconto corale in tema di identità.
Ai cappelli Borsalino il compito di “proteggere le idee”.

“Other countries. Other citizenships” è la seconda opera in mostra della Rubiku, realizzata in collaborazione con un altro marchio storico piemontese, l’azienda Toscanini produttrice portabiti in legno. Si tratta di un progetto sul tema dell’esilio.
A comporre il messaggio: “The person who disowns his own language in order to adopt a different one, changes identity and disillusions” (La persona che rinnega la propria lingua per adottarne un’altra, cambia identità e disillusioni) lettere stampate singolarmente, ciascuna su una gruccia diversa.
L’esilio qui non è associato all’idea della partenza, del distacco o del viaggio in sé, come normalmente avviene, ma è proposto come consapevolezza di far parte di un Paese e di una cultura che non è la propria, facendo emergere il senso di precarietà e attesa degli emigrati durante il loro percorso di inserimento.

“Come tanti albanesi costretti a lasciare la loro terra d’origine e le loro case per cercare lavoro e possibilità -ha ricordato Anila Rubikuogni emigrato sperimenta il destarsi di altre aspettative rispetto a quelle che lo accompagnano al momento della partenza.
Immediatamente aspira a una vita migliore e a una nuova definizione come cittadino. Intende riconoscersi come membro della nuova società, assimilare ogni suo aspetto culturale e riuscire a integrarsi con essa”. “Il mio progetto –
ha proseguito – racconta le diverse capacità e forme di adattamento di coloro che si trovano ad affrontare questa trasformazione, non senza grandi difficoltà e conflitti interiori. Durante il processo emergono disagio e un’indefinibile sensazione di sospensione, in attesa di una svolta, un giudizio, l’arrivo di un permesso, la consacrazione di una cittadinanza”.

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